Squadre Storiche

La Reggina di Scala, la squadra che fece innamorare una città: Mariotto, Raggi, Guerra, Onorato e il sogno della Serie A

LE STORIE AMARANTO CONTINUANO NEL LIBRO “LA REGGINA”

Tra il 1987 e il 1989 una Reggina costruita senza stelle diventò una delle squadre più amate della storia amaranto. Nevio Scala la portò dalla Serie C1 alla B e poi, da neopromossa, fino allo spareggio per la Serie A. Mariotto dava ordine, Raggi inventava, Guerra combatteva, Onorato segnava. Intorno a loro Rosin, Bagnato, Sasso, Armenise, Catanese, Zanin, Lunerti e un gruppo che trasformò il calcio in qualcosa di molto più grande: per una Reggio ferita e inquieta, quella squadra diventò orgoglio, appartenenza e possibilità di riscatto.

Per capire davvero quella Reggina non basta aprire un almanacco e leggere una formazione. Bisogna tornare nella Reggio Calabria della seconda metà degli anni Ottanta, una città difficile, attraversata da tensioni sociali profonde e da una sanguinosa guerra di ‘ndrangheta che avrebbe segnato quegli anni. In quel contesto il calcio acquistò un significato che andava molto oltre i novanta minuti. La Reggina era stata raccolta dopo una delle fasi più delicate della propria storia da una nuova compagine imprenditoriale locale; Pino Benedetto era diventato presidente, mentre cominciava a prendere forma quella struttura societaria nella quale sarebbe cresciuto anche Lillo Foti. La squadra aveva bisogno di ricostruire credibilità, entusiasmo e pubblico. Nessuno poteva ancora immaginare che proprio da quella ricostruzione sarebbe nato uno dei cicli più romantici della storia amaranto. Una memoria dei tifosi descrive quegli anni come il momento in cui la Reggina diventò qualcosa di più di una squadra, quasi un simbolo positivo di riscatto per la città.

Nevio Scala, l’uomo arrivato prima della sua fama

In panchina c’era Nevio Scala, friulano, ex centrocampista con una lunga carriera alle spalle ma ancora lontano dalla fama internazionale che avrebbe conquistato pochi anni dopo con il Parma. Reggio rappresentò uno dei passaggi decisivi della sua carriera da allenatore. Scala non aveva bisogno di una squadra costruita attorno a una sola individualità. Cercava organizzazione, corsa, disciplina tattica e soprattutto disponibilità reciproca. La Reggina che mise insieme rispondeva perfettamente a quella filosofia.

Era una squadra nella quale i ruoli sembravano completarsi. Rosario Sasso, capitano, portava esperienza e personalità. Giuseppe Bagnato aggiungeva carattere e conoscenza del mestiere. Pietro Armenise era uno di quegli uomini che rendevano complicata qualsiasi partita agli avversari. Vincenzo Attrice macinava chilometri. Tra i pali Mauro Rosin garantiva sicurezza e sarebbe rimasto nella memoria anche per quel caratteristico rinvio con la mano capace di spedire il pallone oltre metà campo. Davanti c’erano uomini diversi tra loro e proprio per questo complementari. Le ricostruzioni dell’epoca ricordano Sasso e Bagnato come riferimenti di esperienza, Guerra come il “gladiatore”, Mariotto e Raggi per la qualità e Rosin per la sicurezza tra i pali.

Ma soprattutto quella Reggina aveva un centrocampo che ancora oggi, pronunciandone i nomi, riporta indietro un’intera generazione.

Mariotto. Raggi. Guerra.

E davanti Onorato.

Non erano figurine. Erano ingranaggi.

Massimo Mariotto, il cervello

Massimo Mariotto rappresentava probabilmente meglio di chiunque altro l’intelligenza calcistica di quella squadra. Non aveva bisogno di correre dietro alla partita perché spesso riusciva a leggerla prima degli altri. Giocava davanti alla difesa, amministrava palloni, dava ordine, rallentava quando occorreva rallentare e accelerava quando vedeva aprirsi uno spazio. Nella Reggina di Scala era uno degli uomini attraverso i quali passava la costruzione del gioco.

La sua importanza si misura anche osservando le formazioni di quel periodo: Mariotto compare continuamente nell’undici amaranto. C’è contro il Bari nel settembre 1988, nella Reggina che pareggia 1-1; c’è contro il Brescia nella primavera successiva, quando gli amaranto vincono 1-0; c’è nell’ultima giornata contro il Padova e soprattutto c’è nello spareggio di Pescara contro la Cremonese.

Non sorprende che Mariotto sia rimasto legato a lungo alla storia amaranto. Era il genere di giocatore che difficilmente diventava protagonista attraverso una singola fotografia, ma senza il quale la fotografia della squadra risultava incompleta.

Maurizio Raggi, il calcio con qualcosa in più

Poi c’era Maurizio Raggi. Se Mariotto rappresentava l’ordine, Raggi possedeva la capacità di cambiare improvvisamente il ritmo della partita. Qualità, inserimento, sensibilità tecnica: era uno dei giocatori ai quali Scala poteva affidare la parte meno prevedibile del gioco.

E Raggi lasciò il proprio nome anche dentro partite decisive. Il 9 aprile 1989, sul campo del Taranto, fu lui a sbloccare una gara che la Reggina vinse 2-0; Armenise completò il risultato su rigore.

Ma c’è un’altra rete che assume un significato ancora maggiore. 18 giugno 1989, Reggina-Padova. Ultima giornata di Serie B. Gli amaranto devono continuare a inseguire il sogno della promozione. All’ottavo minuto segna proprio Raggi. Finisce 1-0. Quella vittoria consegna alla Reggina il quarto posto a pari punti con Cremonese e Cosenza e, attraverso la classifica avulsa, il diritto di giocarsi contro i lombardi lo spareggio per andare in Serie A.

Un gol che portò la Reggina a novanta minuti dalla storia.

Giovanni Guerra, quello che ogni squadra vorrebbe avere

E poi Giovanni Guerra. Probabilmente il nome che meglio racconta la parte operaia di quella formazione. Se Mariotto dava geometria e Raggi qualità, Guerra garantiva sostanza. Correva, contrastava, ricuciva. Non aveva bisogno di essere il giocatore più elegante del campo per risultare indispensabile.

Chiamarlo semplicemente mediano sarebbe riduttivo. Era uno di quegli uomini attraverso i quali una squadra manifesta il proprio carattere. Non a caso, nei ricordi dedicati alla formazione di Scala, Guerra viene definito “il gladiatore”.

La sua presenza permetteva agli uomini tecnicamente più dotati di assumersi qualche rischio in più. Scala aveva capito una cosa elementare che gli allenatori migliori non dimenticano mai: una squadra non può essere composta soltanto da giocatori che vogliono il pallone. Servono anche quelli disposti ad andarselo a riprendere.

Guerra era uno di questi.

Vincenzo Onorato e quella Reggina che sapeva anche essere cattiva

Davanti c’era Vincenzo Onorato, uno degli attaccanti più identificativi di quel ciclo. Insieme a Giorgio Lunerti formò una coppia che i tifosi dell’epoca ricordano ancora come “i gemelli del gol”.

Onorato possedeva caratteristiche perfette per quella squadra: presenza offensiva, opportunismo, capacità di trasformare in risultato il lavoro prodotto dagli altri. Non aveva bisogno di una Reggina dominante. Gli bastava che la squadra arrivasse nella zona nella quale una partita può essere decisa.

Il 16 aprile 1989, per esempio, Reggina-Brescia sembrava destinata a rimanere bloccata. Nei minuti finali arrivò un rigore. Onorato lo trasformò. 1-0. Tre punti pesantissimi nella corsa che avrebbe portato gli amaranto al quarto posto.

Era quella la caratteristica della squadra di Scala: sapeva giocare, ma aveva imparato soprattutto a vincere le partite sporche. E per una neopromossa in Serie B era una qualità enorme.

Prima Perugia: 12 giugno 1988

La storia, però, era cominciata un anno prima.

La Reggina aveva disputato una grande stagione in Serie C1 1987-88, ma per conquistare la promozione doveva superare l’ultimo ostacolo. 12 giugno 1988, stadio Renato Curi di Perugia. Spareggio. Dall’altra parte la Virescit Boccaleone.

Reggio si spostò verso l’Umbria.

Le cronache e i ricordi parlano di oltre ventimila tifosi amaranto al seguito della squadra. Una migrazione sportiva impressionante per l’epoca, ancora più significativa considerando mezzi di trasporto, distanze e condizioni di viaggio. Quella domenica il Curi sembrò per lunghi tratti uno stadio di Reggio Calabria.

La Reggina vinse 2-0.

Segnarono Giuseppe Bagnato e Tarcisio Catanese.

Serie B.

Per una città che aveva bisogno disperatamente di qualcosa attorno alla quale ritrovarsi, quella promozione ebbe un peso enorme. La Reggina tornava nel calcio importante e lo faceva trascinandosi dietro una quantità di gente che cominciava a far capire al resto d’Italia cosa significasse davvero il calcio a Reggio.

1988-89: dovevamo salvarci. Quasi andammo in Serie A

Ed è qui che la storia diventa straordinaria.

La Reggina arrivò in Serie B da neopromossa. La logica imponeva un solo obiettivo: salvarsi. Consolidarsi. Capire la categoria.

Scala e i suoi fecero altro.

La squadra cominciò a giocare senza complessi. Pareggiò 1-1 contro il Bari, una delle formazioni destinate alla promozione, con Zanin in gol. Vinse partite pesanti, attraversò inevitabili momenti difficili ma rimase agganciata alla parte alta della classifica. Il gruppo scoprì progressivamente che quello che sembrava impossibile poteva essere almeno tentato.

Non c’erano investimenti da grande club. Non c’era una rosa costruita per dominare la Serie B.

C’erano Rosin; Bagnato, Attrice, Armenise, Sasso; Mariotto, Guerra, Raggi; Catanese, Zanin, Onorato, Lunerti, De Marco. C’erano uomini come Orlando, Toffoli, Pozza e gli altri che Scala utilizzava secondo le esigenze.

C’era soprattutto una squadra.

E arrivò quarta.

Pescara, 25 giugno 1989

L’ultima giornata contro il Padova è una fotografia perfetta di quell’epoca. La formazione schierata da Scala era Rosin; Bagnato, Attrice, Armenise, Sasso, Mariotto, Zanin, Raggi, De Marco, Catanese, Onorato. Raggi segnò dopo otto minuti e il risultato rimase 1-0.

La classifica impose lo spareggio.

25 giugno 1989. Stadio Adriatico di Pescara. Reggina-Cremonese. Chi vince va in Serie A.

Scala ripropose praticamente la sua Reggina: Rosin, Bagnato, Attrice, Armenise, Sasso, Mariotto, Zanin, Raggi, De Marco, Catanese, Onorato. In panchina, tra gli altri, c’era Guerra. La Cremonese aveva Rampulla in porta, Piccioni, Montorfano, Citterio, Lombardo, Maspero, Bivi: una formazione di livello altissimo per la categoria.

Novanta minuti non bastarono.

Nemmeno i supplementari.

Si arrivò ai rigori.

E lì il sogno si spezzò.

Cremonese in Serie A. Reggina a casa.

Il tabellino dice sconfitta. La memoria di Reggio racconta tutt’altro.

La squadra che perse uno spareggio e vinse una generazione

È questo il paradosso meraviglioso della Reggina 1988-89. Non vinse il campionato. Non conquistò la Serie A. Non sollevò una coppa. Eppure è rimasta più profondamente nella memoria collettiva di molte squadre che avrebbero ottenuto risultati formalmente superiori.

Perché?

Perché quella Reggina arrivò nel momento giusto della storia della città. Era riconoscibile. I tifosi conoscevano i giocatori, li incontravano, li sentivano vicini. Non esisteva ancora la distanza siderale prodotta dal calcio contemporaneo tra tribuna e spogliatoio. Il Comunale era un luogo nel quale la domenica si ritrovava una parte enorme della città e la squadra sembrava appartenere davvero a chi sedeva sugli spalti.

E soprattutto nessuno di quegli uomini sembrava più grande della Reggina.

Era esattamente il contrario: insieme diventavano più grandi di quanto fossero individualmente.

Scala costruì il meccanismo. Sasso gli diede autorità. Rosin sicurezza. Bagnato esperienza. Armenise durezza. Attrice corsa. Mariotto pensiero. Raggi qualità. Guerra combattimento. Catanese fantasia. Zanin movimento. Lunerti e Onorato gol.

Separati erano calciatori.

Insieme erano la Reggina.

E forse la Serie A cominciò proprio lì

Dieci anni dopo, il 13 giugno 1999, Reggio avrebbe finalmente festeggiato la prima promozione in Serie A. Sarebbe stata un’altra squadra, un’altra società, un altro calcio. Ma sarebbe sbagliato considerare quella giornata come qualcosa nato improvvisamente.

Una parte della strada verso la Serie A era stata aperta proprio dalla Reggina di Scala.

Quella squadra aveva mostrato alla città che era possibile tornare in Serie B. Poi aveva fatto qualcosa di ancora più pericoloso: aveva convinto Reggio che fosse possibile sognare la A.

Non ci riuscì.

Le mancò una partita.

Forse un rigore.

Ma lasciò qualcosa che un risultato non può misurare. Ancora oggi basta pronunciare lentamente quattro cognomi — Mariotto, Raggi, Guerra, Onorato — perché chi visse quegli anni sappia immediatamente di quale Reggina stiamo parlando.

Non servono stagione, classifica o formazione.

È quella Reggina.

La Reggina di Nevio Scala. La Reggina di Perugia e Pescara. La Reggina che partì pensando alla salvezza e si ritrovò a undici metri dalla Serie A.

Una squadra che non arrivò nel paradiso del calcio italiano. Ma che, per un’intera generazione di reggini, diventò immortale lo stesso.

Questa è solo una delle tante storie che compongono il lungo racconto amaranto. Nel libro LA REGGINA rivivono uomini, partite, emozioni e pagine che hanno attraversato la storia della squadra e della sua gente.

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