Lillo Foti, il Presidentissimo: trent’anni di Reggina tra sogni, affari impossibili e una Serie A conquistata contro il destino
Entrò nel 1986 insieme a un gruppo di imprenditori reggini che raccolse una società sull’orlo del baratro. Presidente era Pino Benedetto, lui uno degli uomini della nuova Reggina. Cinque anni dopo prese il timone e cominciò una storia irripetibile: la Serie A, il Sant’Agata, Nakamura, Mazzarri, talenti scoperti e venduti con intuizioni formidabili, trattative da romanzo e un rapporto con Reggio fatto di amore, litigi, orgoglio e appartenenza.
Se si vuole raccontare Lillo Foti bisogna evitare due errori. Il primo è trasformarlo nell’uomo che nel 1986 arrivò da solo a salvare la Reggina, perché non andò così. Il secondo, ancora peggiore, sarebbe ridurlo a un elenco di promozioni, giocatori acquistati e campionati disputati. Pasquale “Lillo” Foti è stato soprattutto un personaggio, nel significato più pieno e meridionale della parola: intuitivo, passionale, testardo, furbo nelle trattative, qualche volta spigoloso, capace di discutere con tutti e il giorno dopo ricominciare come se nulla fosse accaduto. Uno di quei presidenti che appartenevano a un calcio nel quale il proprietario conosceva i giocatori, frequentava quotidianamente il campo d’allenamento, telefonava, trattava personalmente e viveva una sconfitta come un affare di famiglia. Mozart, molti anni dopo, lo avrebbe descritto con un particolare rivelatore: Foti non perdeva quasi un allenamento, chiedeva ai calciatori come stavano loro e come stavano le loro famiglie.
1986, quando Reggio decise che la Reggina non doveva morire
La storia comincia nel momento peggiore. Nel 1986 la vecchia società è economicamente allo stremo e il calcio reggino rischia seriamente di perdere ciò che aveva costruito in oltre settant’anni. La risposta non arriva dall’uomo della provvidenza, ma dalla città. Attorno alla Reggina si raccoglie un gruppo di imprenditori locali, con Pino Benedetto, Lillo Foti e altri esponenti dell’imprenditoria reggina che decidono di associarsi e dare continuità al calcio cittadino. Nasce la Reggina Calcio. Benedetto ne assume la presidenza; Foti, giovane commerciante nel settore dell’abbigliamento, entra nella nuova società e ne diventa uno degli uomini operativi. È giusto partire da qui perché quella rinascita fu un’impresa collettiva. Ma è altrettanto vero che, con il trascorrere degli anni, la storia della nuova Reggina finirà per legarsi sempre più strettamente a un nome.
Foti, oltretutto, non immaginava minimamente cosa gli stesse per accadere. Avrebbe raccontato molti anni dopo che alla moglie aveva presentato il proprio ingresso nella società come poco più di un aiuto: un contributo e una veloce apparizione. La veloce apparizione durò trent’anni. Ed è difficile trovare un aneddoto che racconti meglio il personaggio. Il calcio lo aveva già preso molto prima: da bambino era stato suo padre a portarlo nella gradinata del vecchio Comunale e Foti ricordava ancora a memoria uomini e formazioni della Reggina di Maestrelli e Granillo. Prima di essere dirigente, insomma, era stato uno di quelli sugli spalti.
La nuova società impara il mestiere facendolo. Arriva la Serie B nel 1988 con Nevio Scala, arriva persino lo spareggio di Pescara contro la Cremonese che porta la Reggina a undici metri dalla Serie A. Poi il calcio presenta il conto: nel 1991 gli amaranto retrocedono in C1. È allora che Pino Benedetto lascia la presidenza e Lillo Foti prende il timone. Non nel momento della festa, dunque, ma in quello della caduta. E la sua prima Reggina da presidente non è una macchina pronta a vincere: deve ricostruire.
Il presidente che viveva al Sant’Agata
Con il passare degli anni Foti sviluppa un modo tutto suo di fare il presidente. Non è un proprietario distante che aspetta la domenica per vedere la squadra dalla tribuna. Il Sant’Agata diventa quasi una seconda casa. Il racconto di Mozart è illuminante: Lillo era continuamente agli allenamenti, osservava, parlava, chiedeva, conosceva gli umori dello spogliatoio. Era capace di entrare in una stanza e alzare la voce per scuotere tutti, comportamento ricordato persino da Shunsuke Nakamura. Il giapponese, ripensando al suo arrivo in Italia, ha raccontato che il primo vero flash della Reggina per lui è proprio Foti: il presidente andò in Giappone, gli mise praticamente in mano la maglia numero 10 amaranto e cominciò a parlargli in italiano. Nakamura non capiva quasi nulla, forse nemmeno quando Lillo scivolava nel dialetto reggino, ma evidentemente capì la cosa fondamentale: quell’uomo lo voleva a Reggio.
È una scena meravigliosamente improbabile: un presidente reggino dall’altra parte del mondo, un ragazzo giapponese che non parla italiano e una maglia numero dieci utilizzata quasi come argomento definitivo della trattativa. Eppure funzionò. Nakamura arrivò e divenne uno dei simboli internazionali di quella Reggina.
Foti era così. Poteva discutere di milioni e subito dopo tornare a ragionare come il commerciante che conosce il valore di una cosa e cerca di comprarla prima che qualcun altro si accorga di quanto vale. La Reggina non aveva i ricavi delle grandi società, quindi doveva essere più intelligente. Il principio era semplice: cercare talento, valorizzarlo, venderlo bene e ricominciare. È attraverso questo meccanismo che passano giocatori come Cozza, Perrotta, Cirillo, Baronio, Mesto, Bianchi e molti altri. Foti avrebbe spiegato anni dopo che, senza quella capacità di produrre valore, mantenere la Reggina in Serie A sarebbe stato economicamente impossibile.
Quando Lillo entrava in una trattativa
Ed è sul mercato che nasce una parte consistente della leggenda di Foti. Alcune sue operazioni sembrano racconti inventati dopo cena, e invece sono state raccontate dallo stesso protagonista. Una delle più belle riguarda Bruno Cirillo. Nel 2000 l’Inter lo vuole. Foti si presenta nella sede nerazzurra insieme alla figlia Giorgia e, incontrando Massimo Moratti, gli racconta che lei tiene addirittura un poster del presidente dell’Inter in camera. Il clima si scioglie, si tratta e l’accordo viene raggiunto per circa 14 miliardi di lire. Ma Foti non dice nulla. Il procuratore del calciatore vuole ancora portare Cirillo alla Juventus e il giorno dopo il presidente amaranto va a Torino da Luciano Moggi. Gli spara una cifra più alta. Moggi, che di trattative qualcosa capiva, lo guarda e comprende immediatamente il gioco: Cirillo lo hai già venduto. Era vero.
Ancora più fotiana è la storia di Giandomenico Mesto. L’Udinese possedeva metà del cartellino e aveva versato 3,5 milioni. Quando Gino Pozzo propone di rinnovare la comproprietà, Foti sorprende tutti: restituisce i soldi e si riprende l’intero giocatore. Un rischio? Apparentemente sì. Solo che il giorno successivo Mesto viene ceduto al Genoa per 7,5 milioni, perché Lillo aveva già raggiunto l’accordo con Enrico Preziosi.
Poi c’è Ivan Pelizzoli, altra storia da manuale del mercato creativo. Nel 2005 la Roma lo cede alla Reggina in comproprietà praticamente senza esborso. Al momento della risoluzione nessuna delle due società presenta l’offerta alle buste e la Reggina si ritrova proprietaria dell’intero cartellino. Foti successivamente vende il portiere alla Lokomotiv Mosca per circa 4,5 milioni di euro. Con Rolando Bianchi il gioco diventa ancora più grande: c’è un’intesa con il Napoli intorno ai 12 milioni, poi arriva l’interesse del Manchester City. Foti chiede 15 milioni. Gli inglesi accettano.
Non tutte le operazioni riuscivano, naturalmente. Ma esisteva una qualità difficile da insegnare: Lillo sentiva la trattativa. Forse veniva anche dal commercio, dall’abitudine a comprare, vendere, valutare una persona oltre che un prezzo. E quando riteneva di avere in mano qualcosa di prezioso diventava difficilissimo spostarlo.
La Serie A: “portatecela almeno una volta”
Intanto la Reggina cresce. Nel 1995 torna in Serie B. Quattro anni dopo accade ciò che per generazioni era sembrato quasi proibito persino immaginare. 13 giugno 1999, Torino. La Reggina conquista per la prima volta la Serie A. Foti avrebbe ricordato negli anni che la richiesta della gente era quasi commovente nella sua semplicità: portateci in A anche soltanto una volta.
Una volta bastava.
Ne sarebbero arrivate nove stagioni complessive.
Questa è probabilmente la dimensione più impressionante dell’era Foti. Non tanto essere riuscito a raggiungere la Serie A, perché nel calcio può accadere che una piccola società viva una stagione irripetibile. Il capolavoro fu riuscire a tornarci, rimanerci, retrocedere, risalire e costruire per quasi un decennio una credibilità nazionale. Per diciannove stagioni consecutive la Reggina non scese sotto la Serie B: dieci campionati di B e nove di A, una continuità difficilmente immaginabile per una realtà delle dimensioni di Reggio Calabria.
Il presidente reggino comincia così a sedersi ai tavoli di Moratti, Berlusconi, Agnelli, Sensi, Ferlaino e dei grandi dirigenti italiani. Eppure non perde completamente quel modo quasi artigianale di vivere il calcio. Nel 2024, ricordando quegli anni, avrebbe parlato proprio dell’epoca dei presidenti tifosi e passionali, un calcio che sentiva evidentemente molto più vicino alla propria natura.
Lillo, Mazzarri e un incontro all’autogrill
Anche la storia dell’arrivo di Walter Mazzarri sembra scritta apposta per un film sulla vecchia Serie A. Foti lo segue quando allena il Livorno e decide che è l’uomo giusto. Niente videoconferenza, meeting internazionale o presentazione PowerPoint: i due si incontrano all’autogrill di Roncobilaccio, sull’autostrada Firenze-Bologna. Parlano a lungo. E qui arriva il particolare migliore: secondo il racconto di Foti, a convincere definitivamente Mazzarri ad accettare Reggio sarebbe stata la moglie dello stesso presidente.
Quella stessa moglie alla quale, quasi vent’anni prima, Lillo aveva detto che la Reggina sarebbe stata soltanto una breve apparizione adesso contribuiva a scegliere l’allenatore destinato a guidare una delle squadre più leggendarie della storia amaranto.
Con Mazzarri il rapporto sarà intenso, come poteva esserlo soltanto tra due caratteri del genere. Foti raccontava un tecnico capace di passare intere giornate sul campo: durante le doppie sedute non se ne andava neppure per pranzo, mangiava un panino e ricominciava. Mozart aggiungerà un particolare più colorito: Mazzarri fumava moltissimo e intorno a lui sembravano esserci sigarette dappertutto.
Una volta i due litigarono seriamente per la cessione di Leon. Foti aveva deciso di venderlo, Mazzarri non era d’accordo. Il presidente fece di testa propria. Arrivò Pasquale Foggia. La storia, alla fine, diede qualche argomento a Lillo.
Il -11 e quello “scudetto” che Foti volle inventarsi
La stagione 2006-07 è il punto in cui la Reggina smette quasi di essere soltanto una squadra di calcio e diventa un racconto epico. Dopo Calciopoli parte con una penalizzazione iniziale di 15 punti, successivamente ridotta a 11. Per una società che normalmente lotta per salvarsi è una sentenza anticipata. Invece la squadra di Mazzarri compie l’impossibile.
Tra le partite simbolo c’è Reggina-Empoli. Alla fine del primo tempo gli amaranto sono sotto 3-0. Foti racconterà di non avere mai dimenticato ciò che accadde nello spogliatoio durante l’intervallo: Mazzarri riuscì a entrare nella testa dei giocatori e la partita terminò 3-3. Quel punto diventò parte della rincorsa verso una salvezza che sembrava matematicamente assurda.
Quando l’impresa fu compiuta, Lillo fece una cosa perfettamente coerente con il personaggio: fece realizzare uno scudetto celebrativo della salvezza. Non avevano vinto il campionato, naturalmente. Ma per lui recuperare quella penalizzazione e restare in Serie A equivaleva quasi ad averne conquistato uno.
Ed è difficile dargli completamente torto.
Settantamila giapponesi che gridavano “Forza Reggina”
Ci sono immagini degli anni di Foti che oggi sembrano appartenere a un universo parallelo. Una di queste arriva dal Giappone. La Reggina aveva acquistato Nakamura, era diventata improvvisamente popolarissima dall’altra parte del mondo e durante una tournée affrontò i Marinos. Foti ricordava circa settantamila persone, bandierine amaranto e il pubblico giapponese che gridava “Forza Reggina”.
Pensiamoci per un momento: la squadra di una città affacciata sullo Stretto, che pochi anni prima non aveva mai visto la Serie A, era diventata riconoscibile a migliaia di chilometri di distanza.
La Reggina andò anche in Canada, incontrando l’enorme comunità di emigrati calabresi. Per Foti quelle tournée avevano un significato che superava il marketing. Era la scoperta che quella piccola maglia amaranto poteva diventare un pezzo d’identità per chi Reggio l’aveva lasciata molti anni prima.
E poi ci fu il sogno proibito: Roberto Baggio
Tra le storie che Lillo non riuscì a trasformare in un contratto ce n’è una che continua ad accendere l’immaginazione: Roberto Baggio alla Reggina.
Foti ci provò davvero. Andò addirittura a Caldogno, a casa di Baggio, per tentare di convincerlo. Anni dopo avrebbe ricordato quella giornata e il caldo quasi insopportabile. L’operazione non si fece, e il presidente avrebbe indicato proprio Baggio come uno dei grandi rimpianti della sua esperienza.
Basta immaginare per qualche secondo il Granillo, la maglia amaranto e il Codino per comprendere perché ancora oggi quella trattativa mancata faccia parte della mitologia reggina.
Non tutto ciò che diventa leggenda deve necessariamente essere accaduto.
A volte basta esserci andati molto vicino.
Presidente, direttore, tifoso e qualche volta padre di famiglia
C’è un’altra caratteristica che emerge dai racconti dei suoi giocatori. Foti voleva sapere. Non soltanto quanti gol segnavi o come ti allenavi. Mozart ricorda che chiedeva delle famiglie. Nakamura racconta le sue irruzioni nello spogliatoio e quella voce alta utilizzata per scuotere la squadra. Non era necessariamente un rapporto semplice: un presidente così presente poteva essere rassicurante oppure ingombrante, spesso entrambe le cose contemporaneamente. Ma era l’opposto dell’indifferenza.
E questo spiega anche perché i rapporti con Reggio siano stati altrettanto estremi. Foti è stato osannato e contestato, chiamato Presidentissimo e bersagliato dalla curva, portato in trionfo e accusato di tutto. Dopo la retrocessione del 1991 ricordava perfino una fuga attraverso una porticina dietro la tribuna del vecchio Comunale durante una contestazione particolarmente pesante.
Lillo però rimaneva lì.
Forse perché era presidente della Reggina, ma contemporaneamente continuava a ragionare come quel bambino portato dal padre in gradinata.
Il Sant’Agata, la fabbrica del miracolo
Dietro le luci della Serie A c’era una struttura senza la quale probabilmente tutto questo non sarebbe stato possibile: il Centro sportivo Sant’Agata. Foti ha raccontato che la sua realizzazione fu finanziata anche attraverso i proventi della cessione di Massimo Orlando alla Juventus. Era la materializzazione di un’idea semplice: se non puoi comprare continuamente grandi giocatori, devi costruire il luogo nel quale trovarli, formarli e valorizzarli.
Il Sant’Agata diventò il cuore operativo della società. Settore giovanile, prima squadra, dirigenti, osservatori. Una piccola industria del calcio nata in una città che economicamente non avrebbe potuto permettersi di competere con le grandi. Da lì passò una quantità impressionante di talento e soprattutto si formò un metodo.
La Reggina imparò a vendere per poter continuare a sognare.
E Lillo imparò a vendere molto bene.
Anche le favole hanno una parte amara
Poi arrivò il declino. Sarebbe scorretto nasconderlo proprio in un articolo che vuole consegnare Foti alla memoria storica della Reggina. Dopo la retrocessione dalla Serie A la società cercò di tornare rapidamente ai massimi livelli e commise errori economici. Foti stesso, negli anni successivi, non ha negato le proprie responsabilità. A tutto questo si aggiunsero problemi di salute molto seri: ha raccontato di essere arrivato a trascorrere cinque giorni in terapia intensiva e di aver capito che non poteva più vivere come quando frequentava il Sant’Agata dalla mattina alla sera.
Il finale fu doloroso. La Reggina Calcio che aveva attraversato trent’anni della sua vita non riuscì più a continuare. Per Foti significò vedere chiudersi nel modo peggiore una storia alla quale aveva dedicato una parte enorme della propria esistenza.
Ma giudicare quei trent’anni soltanto dall’ultima stagione sarebbe come raccontare una partita guardando esclusivamente il recupero.
Prima c’erano stati il 1986 e una società da salvare. La Serie B. Pescara. La retrocessione. La ricostruzione. Torino 1999. La prima Serie A. Le salvezze. Le retrocessioni e le risalite. Il Sant’Agata. Nakamura. Cozza. Pirlo. Perrotta. Cirillo. Mesto. Bianchi. Mozart. Bonazzoli. Di Michele. Amoruso. Mazzarri. Il -11. Il Giappone. Il Canada. Le trattative con Moratti e Moggi. Le telefonate, gli autogrill, le intuizioni, le arrabbiature e qualche affare che ancora oggi sembra impossibile.
Lillo, semplicemente Lillo
Molti anni dopo, quando gli chiesero se gli mancasse essere presidente, Foti diede una risposta sorprendentemente serena. Disse che era arrivato il momento di chiudere e soprattutto rovesciò il punto di vista: non pretendeva che fosse la Reggina a ringraziare lui; sosteneva di essere lui a dover ringraziare la Reggina per ciò che gli aveva dato.
Forse il Presidentissimo è tutto qui.
Un commerciante reggino che nel 1986 entra insieme ad altri imprenditori in una società appena rinata e dice alla moglie che sarà soltanto una breve parentesi. Cinque anni dopo diventa presidente. Otto anni ancora e porta la Reggina in Serie A. Poi comincia a girare l’Italia sedendosi ai tavoli dei grandi presidenti, vola in Giappone per mettere una maglia numero dieci nelle mani di Nakamura, incontra Mazzarri in un autogrill, porta sua figlia a trattare Cirillo con Moratti, prova a fregare amichevolmente Moggi sul prezzo, va a casa di Roberto Baggio per tentare l’impossibile, compra e vende calciatori con l’istinto di chi sente un affare prima ancora di aver fatto i conti. E nel frattempo continua ad andare al Sant’Agata a vedere gli allenamenti e a chiedere ai suoi giocatori come stanno i figli e le mogli.
Ha sbagliato. Ha litigato. È stato contestato. Ha conosciuto un finale doloroso. Nessuna di queste cose deve essere cancellata, perché cancellarle renderebbe Lillo Foti meno vero e persino meno interessante.
Ma per una generazione di reggini accadde qualcosa che nel 1986 sarebbe sembrato ridicolo soltanto pronunciare: la Reggina diventò una squadra di Serie A, e non per una domenica. Diventò una presenza del grande calcio italiano.
Quando tutto ebbe inizio, presidente era Pino Benedetto e Foti era uno degli uomini di quella cordata reggina che aveva deciso di non lasciare morire la squadra della città.
Quando il sogno raggiunse il punto più alto, alla guida c’era lui.
Lillo Foti.
O, come Reggio imparò a chiamarlo senza bisogno di aggiungere altro,
il Presidentissimo.
“Lillo, Lillo, noi abbiamo un presidente che ci porta in Serie A”
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