Ciccio Cozza, il capitano che diventò una cosa sola con la Reggina
Talento, fantasia, gol pesanti e una fascia portata come appartenenza. Francesco Cozza non fu semplicemente uno dei migliori calciatori della storia amaranto: per una generazione di tifosi fu il volto stesso della Reggina.
Ci sono giocatori che passano da una squadra e lasciano statistiche, fotografie, qualche gol da ricordare. Poi ce ne sono altri per i quali diventa difficile stabilire dove finisca la carriera di un calciatore e dove cominci la storia di una maglia. Francesco “Ciccio” Cozza appartiene alla seconda categoria. Nato a Cariati il 19 gennaio 1974, trequartista di tecnica raffinata, destro educato e visione di gioco, con la Reggina costruì un rapporto che resistette alle partenze e ai ritorni, alle promozioni e alle retrocessioni. La sua carriera conobbe Milan, Reggiana, Vicenza, Lucchese, Cagliari, Lecce, Genoa, Siena e infine Salernitana, ma quando si pronuncia il nome di Cozza il colore che viene immediatamente alla mente resta uno solo: l’amaranto.
Il ritorno a casa e il sogno della Serie A
Il passaggio decisivo arriva nel gennaio del 1999, quando Cozza lascia il Lecce e torna alla Reggina. È il momento in cui la sua storia personale e quella del club si incontrano davvero. La squadra sta inseguendo qualcosa che Reggio aspetta da sempre: la Serie A. Cozza disputa 19 partite nella seconda parte di quella stagione e segna due reti. Pochi mesi dopo, il 13 giugno 1999, la Reggina conquista finalmente il massimo campionato.
Quella promozione apre una nuova epoca. La Reggina smette di guardare la Serie A da lontano e comincia a misurarsi con le grandi del calcio italiano. Cozza cresce insieme a lei. Non è un giocatore costruito sulla potenza o sulla corsa esasperata: vede il calcio un istante prima degli altri. Sa trovare uno spazio dove sembra non esserci, calcia da fuori, batte punizioni e rigori, serve l’ultimo passaggio. In una squadra costretta spesso a combattere contro avversarie tecnicamente ed economicamente superiori, la sua qualità diventa un’arma.
Arrivano anche le ferite. Nel 2001 la Reggina retrocede dopo lo spareggio con il Verona. Cozza rimane e partecipa immediatamente alla risalita: nel campionato di Serie B 2001-02 gioca 26 partite e realizza 6 gol. La Reggina torna subito in Serie A. È anche attraverso stagioni come questa che un bravo giocatore comincia a diventare una bandiera.
Bergamo, 2 giugno 2003: il gol del capitano
Se bisogna scegliere una partita capace di spiegare che cosa abbia rappresentato Ciccio Cozza per la Reggina, bisogna andare a Bergamo, 2 giugno 2003.
La stagione è terminata con Reggina, Atalanta, Empoli e Modena appaiate a 38 punti. La classifica avulsa costringe amaranto e bergamaschi allo spareggio per restare in Serie A. L’andata al Granillo finisce 0-0. Al ritorno l’Atalanta passa in vantaggio. Per la Reggina si spalanca il precipizio.
Poi arriva lui.
Cozza segna il gol dell’1-1. La partita cambia, la Reggina torna a crederci e all’85’ Emiliano Bonazzoli firma il 2-1 che vale la permanenza in Serie A. Il capitano aveva segnato quando la squadra ne aveva più bisogno. Dopo la partita dedicò quella gioia al padre scomparso.
Quel gol non è soltanto uno dei tanti della sua carriera. È uno dei punti nei quali la storia personale di un calciatore entra definitivamente nella memoria di una tifoseria. Se la Reggina perde quello spareggio, una parte importante della sua successiva storia in Serie A probabilmente cambia. Invece rimane lassù. E a rimetterla in piedi, nel momento più difficile, è il suo capitano.
Il numero 10 senza bisogno del numero 10
Cozza rappresentava una figura di calciatore che il calcio moderno ha progressivamente trasformato: il fantasista. Poteva giocare dietro le punte, avvicinarsi all’area, arretrare per ricevere il pallone e inventare. Non aveva bisogno di essere il più veloce perché la velocità era spesso nel pensiero. Il suo calcio viveva di tecnica, intuizione e sensibilità.
La stagione 2003-04 è probabilmente una delle migliori dimostrazioni del suo peso offensivo: realizza 8 gol in campionato. Alla penultima giornata arriva al Granillo il Milan già campione d’Italia. La Reggina vince 2-1 e conquista matematicamente un’altra salvezza; Cozza realizza su rigore il secondo gol amaranto. Ancora una volta il suo nome compare dentro una delle giornate che decidono il destino della squadra.
Eppure ridurre Cozza ai gol sarebbe sbagliato. Era il modo in cui chiedeva il pallone, la capacità di assumersi una responsabilità, quella naturalezza con cui poteva trasformare una partita sporca in una partita diversa. Reggio riconosceva in lui qualcosa che andava oltre il talento. Cozza giocava come se comprendesse il peso di quella maglia.
Partire, tornare, essere ancora decisivo
Nel 2004 arriva la separazione. Cozza passa al Genoa e successivamente al Siena. Potrebbe essere la conclusione naturale di una lunga storia. Non lo è.
Nell’estate del 2005 torna ancora alla Reggina. E non torna per una passerella nostalgica. Nella Serie A 2005-06 disputa 32 partite e segna 9 gol, uno dei migliori rendimenti realizzativi della sua carriera nella massima categoria, contribuendo a un’altra permanenza della squadra amaranto in Serie A.
Poi ancora Siena. E ancora Reggio.
Nel 2007-08, a 34 anni, Cozza indossa nuovamente l’amaranto: 27 presenze e 6 reti in campionato. Il 27 aprile 2008 il Granillo assiste a una delle sue ultime grandi recite. La Reggina è sotto 1-0 contro il Parma in uno scontro fondamentale per la salvezza. Nel secondo tempo Ciccio segna due volte e ribalta la partita: Reggina-Parma 2-1. La Gazzetta dello Sport titola quel giorno proprio sul suo ruolo decisivo nella corsa alla permanenza in A.
Aveva trentaquattro anni. Ancora una volta, quando la Reggina aveva bisogno di qualcuno che si assumesse il peso della partita, compariva Francesco Cozza.
Più dei numeri
I numeri raccontano molto, ma non abbastanza. Nelle sole stagioni di campionato riportate dagli archivi della Gazzetta, il suo percorso amaranto attraversa la promozione del 1999, la prima Serie A, la retrocessione del 2001, l’immediata risalita, le successive salvezze e i ritorni del 2005 e del 2007. Sono epoche diverse della Reggina tenute insieme dallo stesso uomo.
Ma provare a spiegare Ciccio Cozza attraverso una tabella significherebbe perdere proprio ciò che lo ha reso speciale.
Un capitano non è necessariamente chi possiede la tecnica migliore. E neppure chi urla di più. Capitano diventa chi, a un certo punto, viene riconosciuto dai tifosi come uno di loro pur trovandosi dall’altra parte della recinzione. Cozza riuscì in questo. Era calabrese, era cresciuto calcisticamente anche nel settore giovanile amaranto prima di passare al Milan e soprattutto tornò più volte a Reggio quando avrebbe potuto lasciare quella storia alle proprie spalle.
Ciccio, semplicemente
Gli anni hanno uno strano rapporto con il calcio. Cancellano lentamente i particolari ma rendono ancora più nitide alcune immagini. Di Francesco Cozza rimangono il destro, le punizioni, il pallone accarezzato prima di essere calciato, la fascia, il Granillo che pronuncia il suo nome. Rimane soprattutto quella sensazione difficile da trasformare in statistica: quando la partita diventava importante, Ciccio poteva esserci.
Per questo trova posto tra Gli Immortali della Reggina. Non perché sia necessario stabilire classifiche impossibili tra generazioni diverse, ma perché alcune figure finiscono per rappresentare un’epoca intera. Per molti ragazzi cresciuti tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila, la Reggina della Serie A aveva tanti volti, ma uno sembrava appartenerle in maniera particolare.
Quello di Ciccio Cozza.
I giocatori arrivano, indossano una maglia e prima o poi la restituiscono. Qualcuno, però, lascia dentro quella maglia una parte di sé.
Ciccio l’ha restituita. L’amaranto gli è rimasto addosso.
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