Tommaso Maestrelli, il Maestro: prima dello scudetto con la Lazio costruì il primo grande sogno della Reggina
Dal 1964 al 1968 trasformò una squadra di Serie C in una formazione capace di arrivare a un passo dalla Serie A. Oreste Granillo gli affidò la panchina quando era ancora un allenatore in cerca della propria strada: quattro anni dopo Maestrelli lasciò Reggio da tecnico affermato. Disciplina senza autoritarismo, uomini prima dei calciatori, equilibrio tattico e una modernità che avrebbe portato fino allo storico scudetto della Lazio. Ma la prima grande impresa era stata amaranto.
Ci sono allenatori ricordati per ciò che hanno vinto e allenatori che rimangono nella storia per ciò che hanno cambiato. Tommaso Maestrelli appartiene a entrambe le categorie. Per il calcio italiano è inevitabilmente l’uomo della Lazio dello scudetto 1973-74, la squadra inquieta e formidabile di Chinaglia, Wilson e Re Cecconi che riuscì a governare più con l’intelligenza che con l’autorità. Per Reggio Calabria, però, la storia comincia molto prima. Quando Maestrelli arrivò sullo Stretto nell’estate del 1964 aveva 41 anni, una lunga carriera da calciatore alle spalle, soprattutto nel Bari, un’esperienza da viceallenatore e appena qualche panchina da tecnico principale. Quando se ne andò nel 1968 aveva portato la Reggina per la prima volta in Serie B, aveva sfiorato immediatamente la Serie A e aveva dimostrato di essere uno degli allenatori emergenti più interessanti del calcio italiano. Quattro stagioni, 156 partite ufficialmente registrate nella sua esperienza amaranto, sufficienti a cambiare la dimensione sportiva di un club e, probabilmente, anche la traiettoria professionale dell’uomo che lo allenava.
Quando Oreste Granillo scelse un allenatore che doveva ancora diventare grande
La Reggina dell’estate 1964 non era la società che molti decenni dopo avrebbe conosciuto la Serie A. Era una squadra meridionale abituata alla Serie C, espressione di una città nella quale il calcio aveva un seguito enorme ma non era ancora riuscito a trasformare quella passione in una dimensione nazionale stabile. Alla presidenza c’era Oreste Granillo, figura centrale di quella stagione della storia amaranto e uomo al quale molti anni dopo sarebbe stato intitolato lo stadio di Reggio Calabria. Fu lui ad affidare la squadra a Maestrelli.
La scelta non aveva nulla di scontato. Maestrelli era stato un centrocampista intelligente, aveva giocato a lungo nel Bari, tre stagioni nella Roma e aveva anche indossato la maglia della Nazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948. Da tecnico, però, non possedeva ancora un curriculum importante: dopo gli anni trascorsi come vice a Bari aveva avuto una breve occasione da primo allenatore. Reggio fu la prima vera panchina sulla quale poté costruire una squadra secondo le proprie idee.
E cominciò scegliendo anche gli uomini. Una testimonianza particolarmente interessante riguarda Carlo Mupo, esperto difensore che Maestrelli conosceva dai tempi di Bari e che volle con sé alla Reggina. È un particolare apparentemente secondario, ma racconta già una delle caratteristiche che accompagneranno tutta la sua carriera: Maestrelli non costruiva semplicemente formazioni. Cercava uomini dei quali conosceva carattere, affidabilità e capacità di stare dentro un gruppo.
1964-65: l’anno in cui la Serie B smise di essere un sogno
Il risultato fu immediato. La Reggina vinse il girone C della Serie C 1964-65 e conquistò la prima promozione in Serie B della propria storia. Non era semplicemente un salto di categoria. Per una società nata nel 1914 e rimasta per decenni ai margini del grande calcio nazionale significava oltrepassare una frontiera che fino ad allora era sembrata invalicabile.
Quella Reggina aveva la fisionomia delle squadre di Maestrelli: organizzata, concreta, preparata atleticamente, ma soprattutto costruita sulla responsabilità dei giocatori. Il tecnico toscano non apparteneva alla categoria degli allenatori che avevano bisogno di mettere continuamente in scena il proprio comando. Osservava, parlava, correggeva. Il calcio italiano degli anni Sessanta era ancora profondamente gerarchico e la figura dell’allenatore poteva facilmente coincidere con quella del sergente. Maestrelli cominciava invece a sperimentare qualcosa di differente: autorevolezza senza teatralità.
Per lui arrivò anche un importante riconoscimento professionale. Le fonti biografiche ricordano il premio ricevuto dopo la promozione amaranto nell’ambito del Seminatore d’Oro, riconoscimento che contribuì a far conoscere il suo nome oltre i confini meridionali. Ma ciò che contava a Reggio era altro: finalmente la città avrebbe visto la propria squadra giocare in Serie B.
E poi accadde qualcosa che nessuno aveva previsto
Normalmente una neopromossa pensa a salvarsi. La Reggina di Maestrelli fece esattamente il contrario.
Il campionato 1965-66, primo torneo cadetto della storia amaranto, si trasformò progressivamente in qualcosa di incredibile. La squadra non soltanto reggeva il confronto con avversarie più attrezzate ed esperte, ma cominciò a frequentare le zone alte della classifica. Settimana dopo settimana quello che inizialmente poteva sembrare entusiasmo da neopromossa diventò una possibilità concreta.
La Serie A.
Alla prima stagione in B.
È probabilmente questa, persino più della promozione dell’anno precedente, l’impresa che permette di capire quanto fosse speciale quella Reggina. La squadra concluse il campionato al quarto posto, appena un punto dietro il Mantova terzo e promosso in Serie A. Un solo punto separò Reggio Calabria da qualcosa che, nel 1966, avrebbe avuto proporzioni quasi inimmaginabili.
Il pantano di Lecco e quella Serie A rimasta a pochi centimetri
Nella memoria di quella stagione rimane soprattutto Lecco-Reggina. Maestrelli affrontò la capolista in Lombardia in una partita diventata simbolicamente uno dei crocevia di quel campionato. Le cronache e le ricostruzioni biografiche parlano di un terreno ridotto praticamente a un pantano. Finì 0-0.
Vista oggi, la classifica racconta la crudeltà di quella stagione meglio di qualsiasi retorica: la Reggina era una matricola e terminò quarta, a una sola lunghezza dalla promozione. Il grande calcio passò vicinissimo a Reggio e poi proseguì senza fermarsi. Bisognerà aspettare il 1999, trentatré anni, perché la città possa finalmente entrare in Serie A.
Eppure quell’occasione mancata non ridimensiona l’impresa. La ingrandisce. Perché Maestrelli aveva dimostrato che una squadra senza la potenza economica delle grandi società poteva competere attraverso organizzazione, scelta degli uomini e identità collettiva. È una filosofia che ritroveremo, su una scala enormemente più grande, nella Lazio che qualche anno dopo porterà allo scudetto.
Il laboratorio amaranto di un calcio che sarebbe diventato famoso a Roma
Guardare Maestrelli soltanto attraverso schemi e moduli sarebbe probabilmente il modo peggiore per raccontarlo. La sua grande innovazione riguardava soprattutto la gestione degli uomini. Sapeva che uno spogliatoio non è composto da undici pedine identiche e che caratteri differenti non devono necessariamente essere uniformati: possono essere governati.
Questa capacità diventerà leggendaria alla Lazio, dove si troverà a gestire personalità fortissime e spesso difficili. Ma la palestra nella quale poté sviluppare la propria identità da allenatore fu Reggio. Qui ebbe quattro anni, non quattro mesi. Poté scegliere giocatori, conoscerli, attraversare vittorie e difficoltà, correggere la squadra dopo una promozione e adattarla a una categoria superiore. La continuità della sua esperienza amaranto è significativa: 1964-65, 1965-66, 1966-67, 1967-68. Quattro stagioni complete.
Il principio fondamentale era semplice e, per l’epoca, meno banale di quanto sembri: il calciatore rende meglio quando l’allenatore riesce a comprenderne anche la persona. Non significava assenza di disciplina. Al contrario. Le squadre di Maestrelli erano organizzate e fisicamente preparate. Ma la disciplina nasceva dalla fiducia e dalla responsabilizzazione più che dalla paura.
Dopo il sogno, la capacità di restare
La grandezza del ciclo Maestrelli non sta soltanto nei primi due anni. Dopo aver mancato la Serie A per un soffio sarebbe stato facilissimo assistere a un crollo. Accadde invece qualcosa di forse meno spettacolare ma fondamentale nella costruzione della storia della società: la Reggina diventò una squadra di Serie B.
Nel 1966-67 gli amaranto conclusero al nono posto. Nel 1967-68 arrivò un altro nono posto, al termine di una stagione nella quale la squadra dovette anche guardarsi alle spalle e attraversare momenti complicati.
Non erano più annate da epopea, ma consolidavano ciò che era stato conquistato. Prima di Maestrelli la Serie B rappresentava una frontiera. Dopo Maestrelli era diventata la categoria della Reggina. La società avrebbe infatti mantenuto la cadetteria per nove stagioni consecutive, fino al 1973-74.
Questa forse è una delle eredità meno raccontate del Maestro: non portò semplicemente la Reggina in B. Le insegnò a starci.
Alaimo, la tragedia che attraversò quegli anni
Dentro la storia sportiva di Maestrelli a Reggio c’è anche una pagina dolorosa. Italo Alaimo, calciatore della Reggina, era stato appena ceduto al Novara quando morì tragicamente. Le ricostruzioni biografiche di Maestrelli ricordano quanto quell’episodio lo colpì.
È un particolare importante perché aiuta a comprendere un uomo che instaurava rapporti profondi con i propri giocatori. Per Maestrelli il legame con uno spogliatoio difficilmente terminava quando un calciatore cambiava maglia. Era la stessa dimensione umana che anni dopo avrebbe fatto sì che i giocatori della Lazio lo considerassero molto più di un semplice allenatore.
Reggio conobbe quella parte di Maestrelli prima che diventasse famosa in tutta Italia.
Quattro anni, 156 partite e una città che non lo dimenticò
Le statistiche disponibili attribuiscono a Maestrelli 156 partite alla guida della Reggina tra il luglio 1964 e il giugno 1968. Poi arrivò il momento di partire. La destinazione fu Foggia.
Anche lì avrebbe lasciato un segno. Dopo una prima stagione di assestamento portò il Foggia in Serie A. E nel 1971 arrivò la chiamata che avrebbe cambiato definitivamente la sua vita: la Lazio.
A Roma trovò una società e una squadra tutt’altro che semplici. Maestrelli riuscì a trasformare quel gruppo di personalità enormi in una formazione capace prima di sfiorare e poi di conquistare lo scudetto. Nel 1973-74 la Lazio diventò campione d’Italia. Era il punto più alto della carriera dell’allenatore che dieci anni prima Oreste Granillo aveva scelto per guidare una squadra di Serie C all’estremo Sud.
Reggio prima di Roma
Ed è qui che la storia di Maestrelli e quella della Reggina acquistano un significato particolare. Sarebbe troppo facile raccontare gli anni amaranto come l’apprendistato di un uomo destinato a diventare grande altrove. Non fu così.
Maestrelli era già diventato un grande allenatore a Reggio Calabria.
Roma gli diede lo scudetto e l’immortalità nazionale. Reggio gli aveva dato una squadra da costruire, quattro anni di lavoro e la possibilità di dimostrare che il suo modo di intendere il calcio funzionava. La Reggina, allo stesso tempo, ricevette da lui qualcosa che non aveva mai posseduto: una dimensione nazionale.
È una delle rare storie nelle quali club e allenatore possono rivendicare di essersi fatti grandi reciprocamente.
Il Maestro che non aveva bisogno di comportarsi da maestro
Tommaso Maestrelli morì a Roma il 2 dicembre 1976, a soli 54 anni, dopo una grave malattia. Aveva conquistato lo scudetto appena due anni prima. La sua morte trasformò definitivamente la sua figura in una delle più amate e rispettate del calcio italiano.
Maestrelli viene ricordato ancora oggi non soltanto per ciò che vinse. Viene ricordato per come allenava. Aveva conosciuto il calcio da giocatore, aveva osservato molti tecnici durante gli anni trascorsi come vice, aveva imparato che comandare non significa necessariamente alzare la voce. Il suo talento consisteva nel capire gli uomini abbastanza bene da riuscire poi a chiedere loro moltissimo.
E se la Lazio rappresentò il capolavoro definitivo di quella filosofia, la Reggina ne fu la prima grande dimostrazione.
Prima dello scudetto, prima di Chinaglia, Wilson e Re Cecconi, prima che il calcio italiano imparasse a conoscere il nome di Tommaso Maestrelli, c’erano un presidente chiamato Oreste Granillo, una squadra che non aveva mai visto la Serie B e una città che aspettava di capire fin dove potesse arrivare.
Maestrelli arrivò nel 1964.
Un anno dopo quella squadra era in Serie B. Quello successivo era a un punto dalla Serie A.
Quando lasciò Reggio nel 1968, la Reggina non era più quella che aveva trovato.
E nemmeno lui.
Per l’Italia sarebbe diventato il Maestro della Lazio. Per Reggio era stato Maestro prima ancora che il resto d’Italia se ne accorgesse.
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