Editoriale

La Reggina ritrovata: adesso niente illusioni, ma qualcosa sta tornando

È troppo presto per parlare di dominio e sarebbe sbagliato trasformare un grande inizio in una promessa di promozione. Ma questa Reggina sembra avere qualità, organizzazione e soprattutto qualcosa che negli ultimi anni era andato disperso: intorno all’amaranto sta tornando un popolo. E la Serie D, davanti a certe emozioni, diventa soltanto una lettera dell’alfabeto.

Una partita non fa un campionato. Cinque gol non fanno una promozione. E nemmeno dodici reti nelle prime due gare ufficiali possono autorizzare qualcuno a pensare che la strada sia già tracciata. La Serie D è lunga, ruvida, spesso imprevedibile; arriveranno campi difficili, domeniche storte, avversari chiusi, infortuni, squalifiche e momenti nei quali vincere sarà molto meno semplice di quanto sia sembrato contro il Licata. Sarebbe dunque questo il momento peggiore per lasciarsi trascinare dalle facili illusioni. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere quello che, davanti ai nostri occhi, sta cominciando a prendere forma.

La Reggina sembra una squadra importante. Importante tecnicamente, perché possiede alternative, esperienza, gioventù, qualità e uomini che per caratteristiche possono decidere le partite in modi differenti. Ma la sensazione forse più interessante riguarda Marco Marchionni. In pochissimo tempo l’allenatore sembra avere dato una logica al materiale che gli è stato consegnato. Il 3-5-2 visto contro il Licata non è apparso come una semplice disposizione di undici uomini sul campo: ci sono distanze, movimenti, occupazione degli spazi, esterni coinvolti, centrocampisti che accompagnano e una squadra che sembra sapere cosa fare quando recupera il pallone. È soltanto l’inizio, naturalmente. Ma tra avere giocatori forti e avere una squadra forte esiste una differenza enorme. Il compito di Marchionni sarà precisamente quello di trasformare la prima cosa nella seconda.

E poi c’è tutto quello che accade fuori dal rettangolo verde. Al Granillo, contro il Licata, c’erano 5.227 spettatori, 3.264 dei quali abbonati. Numeri che assumono un significato particolare se accanto alla parola Reggina continuiamo a scrivere “Serie D”. La Curva Sud è tornata a cantare, a riempirsi, a trascinare. Per novanta minuti si è rivista quell’onda amaranto che appartiene alla memoria di questa città. Per qualche istante, guardando gli spalti, sembrava quasi che il tempo avesse fatto un giro completo e fosse tornato indietro. E forse è proprio qui che bisogna fermarsi. Perché non importa che sia Serie D. Non quando quella maglia entra in campo. Non quando la Curva canta. Non quando migliaia di persone tornano al Granillo portandosi dietro figli che magari non hanno mai conosciuto la Reggina delle grandi notti. Non quando un gol viene ancora accolto con lo stesso boato di vent’anni fa. Le categorie stabiliscono dove giochi; non possono stabilire quello che rappresenti.

La Reggina è stata Serie A, è stata Serie B, ha attraversato fallimenti, rinascite, promesse, illusioni e ferite che a Reggio nessuno ha realmente dimenticato. Forse proprio per questo oggi sarebbe sbagliato chiedere alla gente prudenza nei sentimenti. Bisogna essere prudenti nei pronostici, non nell’amore.

La società dovrà fare la propria parte. Marchionni dovrà fare la sua. I calciatori dovranno capire molto presto che questa non è una piazza nella quale basta essere tecnicamente più forti degli avversari. E anche l’ambiente dovrà assumersi una responsabilità: restare compatto quando arriverà la prima difficoltà. Perché arriverà. Prima o poi la Reggina pareggerà una partita che avrebbe dovuto vincere. Prima o poi perderà. Prima o poi Marchionni farà una scelta che non convincerà tutti, un attaccante sbaglierà un gol, qualcuno finirà in panchina e qualcun altro attraverserà un periodo negativo. Sarà allora, molto più che dopo un 5-0, che capiremo quanto questa stagione sia davvero diversa. La compattezza non serve quando tutto funziona. Serve quando qualcosa smette di funzionare.

Società, squadra, allenatore, tifoseria e città hanno oggi una possibilità che va persino oltre la classifica: ricostruire un’appartenenza. Non significa rinunciare alla critica, né applaudire qualunque cosa accada. Significa capire che dopo anni nei quali la storia amaranto è stata continuamente spezzata, questa volta bisogna provare a tenere insieme i pezzi. Il campionato dirà quanto è forte davvero questa Reggina. Modica sarà già un esame diverso dal Licata, poi ne arriveranno molti altri. Soltanto l’inverno ci permetterà di capire gerarchie, profondità della rosa e reale distanza dalle concorrenti. Oggi nessuno può seriamente promettere la promozione.

Però qualcosa possiamo già dirlo. La Reggina è tornata a far venire voglia di aspettare la domenica. È tornata una Curva che sembra ricordare se stessa. È tornato un Granillo che per qualche ora ha avuto il rumore dei tempi lontani. È tornata una squadra che, almeno nelle prime immagini della stagione, sembra sapere dove vuole andare. Non sappiamo ancora dove finirà questo viaggio. E forse, per una volta, non serve saperlo subito. Perché ci sono maglie che valgono soltanto quando vincono e altre che sopravvivono alle classifiche, alle categorie e perfino agli anni peggiori. L’amaranto appartiene alle seconde. Serie A, Serie B o Serie D cambia il palcoscenico. L’emozione no.

Foto: Reggina1914

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