La Curva

La Reggina siamo noi: quarant’anni di Curva Sud, uomini, battaglie e una fede che non è mai retrocessa

LE STORIE AMARANTO CONTINUANO NEL LIBRO “LA REGGINA”

Dai Warriors al C.U.C.N., dai Boys a Carminello fino ai Diffidati Liberi: presidenti, categorie e società sono cambiati. Sui gradoni del Granillo, invece, l’amaranto non è mai scomparso.

Ci sono squadre che appartengono a una società e squadre che, a un certo punto della loro storia, smettono di appartenere a qualcuno. Diventano patrimonio di una città. La Reggina è una di queste. Lo si comprende guardando ciò che è accaduto negli ultimi quarant’anni: presidenti arrivati e scomparsi, promozioni, retrocessioni, fallimenti, esclusioni, denominazioni cambiate, ripartenze dalla polvere dei dilettanti. Eppure ogni volta, quando sembrava che tutto fosse finito, qualcuno era ancora lì. Sugli spalti, per strada, davanti ai cancelli del Granillo. La tifoseria amaranto non è stata semplicemente il pubblico della Reggina. In alcuni momenti è stata ciò che ha impedito alla Reggina di diventare soltanto un ricordo.

Quando nacque il popolo della curva

La storia del tifo organizzato reggino comincia alla fine degli anni Settanta. Nel 1979 arrivano i Warriors, presto affiancati dai Position Fighters, nella vecchia Curva Catania del Michele Bianchi. Poi il 1982, l’anno della svolta: nasce il C.U.C.N., Commando Ultrà Curva Nord, destinato a diventare uno dei nomi simbolo dell’ultras reggino. Nel 1986 arrivano i Boys, nati soprattutto tra i ragazzi di San Brunello e capaci nel tempo di conquistare un ruolo centrale. Seguono gli Irriducibili, gli Eagles, la Gioventù Amaranto, gli Amaranth Korps, gli Ultras Gebbione, la Nuova Guardia e una galassia di sigle che raccontava anche la geografia popolare di Reggio: quartieri, comitive, ragazzi che magari non possedevano molto ma possedevano una cosa insieme, la domenica.

Erano anni nei quali il calcio aveva ancora qualcosa di irrimediabilmente fisico. Si partiva in pullman, automobile, treno; ci si conosceva per soprannome; gli striscioni venivano dipinti a mano e una trasferta poteva significare una notte intera sulla strada. Il C.U.C.N. e i Boys finirono per rappresentare due delle colonne della curva. Nel 1988, per lo spareggio promozione contro la Virescit, Perugia fu invasa da migliaia di reggini. E quando la Reggina cominciò lentamente a salire i gradini del calcio italiano, quella curva cresceva insieme alla squadra.

Carminello, quando una voce diventò il volto della Sud

In una storia costruita volutamente intorno ai gruppi più che agli individui c’è però un nome impossibile da cancellare: Carmine Quartuccio, Carminello. Per decenni la sua figura sulla balaustra è stata una delle immagini riconoscibili del Granillo. Non era semplicemente chi lanciava un coro. Rappresentava una generazione e un modo di intendere la curva: appartenenza, presenza, trasferte, voce consumata e soprattutto continuità.

La sua storia comincia da ragazzino. Quartuccio ha raccontato di avere appena quattordici anni quando già saliva su un pullman per seguire la Reggina a Monopoli. Quarant’anni dopo, nel dicembre 2021, annunciò di lasciare stabilmente la Curva Sud, spiegando che era arrivato il momento di consegnare quella casa alle generazioni successive. Non un divorzio dalla Reggina — quello probabilmente non sarebbe stato possibile — ma la consapevolezza che anche nelle curve arriva il momento del passaggio del testimone.

Persino Massimo Taibi, ricordando gli anni vissuti da calciatore al Granillo, ha raccontato l’emozione di vedere Carminello sulla balaustra dettare i cori. E ancora oggi Quartuccio continua a intervenire pubblicamente sulle vicende amaranto, anche dopo avere lasciato il ruolo che lo aveva accompagnato per gran parte della vita.

Accanto a quella generazione restano nella memoria del tifo organizzato figure come Pino Rosato, legato alla storia del C.U.C.N., e tanti altri uomini i cui nomi sono conosciuti soprattutto da chi quelle domeniche le ha vissute. Perché una curva non viene costruita soltanto dai personaggi che finiscono sui giornali. Viene costruita anche da centinaia di persone rimaste anonime: quelle che preparavano uno striscione il sabato notte, raccoglievano i soldi per una coreografia, organizzavano un pullman e la domenica mattina erano già sulla strada.

Il 13 giugno 1999: quando Reggio diventò uno stadio

Poi arrivò il giorno in cui tutto sembrò trovare una ricompensa. 13 giugno 1999. Torino-Reggina. Il gol di Tonino Martino. La prima Serie A della storia.

A Piazza del Popolo, davanti al maxischermo, si raccolse una folla immensa, stimata allora in oltre ottantamila persone. Per qualche ora lo stadio più grande della Reggina non fu il Granillo: fu Reggio Calabria.

La stagione successiva raccontò con i numeri ciò che era accaduto nella città: 24.671 abbonamenti, il record storico amaranto. Una cifra quasi inconcepibile per una realtà delle dimensioni di Reggio e che ancora oggi restituisce la misura della febbre di quegli anni. Nel 2000-2001 furono ancora 22.500; al ritorno in Serie A del 2002-03 si superarono nuovamente le 23 mila tessere.

Ma sarebbe troppo facile misurare una tifoseria negli anni della Juventus, dell’Inter e del Milan al Granillo. La vera misura sarebbe arrivata dopo.

Quando rimase soltanto la maglia

Nel 2015 la Reggina precipitò in Serie D. La Serie A sembrava appartenere a un’altra vita. Eppure furono sottoscritti circa 3.500 abbonamenti, più di quanti la Reggina ne avesse raccolti in diverse stagioni professionistiche precedenti.

Nel 2023 arrivò una ferita ancora diversa. L’esclusione dalla Serie B fece scendere oltre duemila persone in Piazza Duomo. Non si manifestava per una promozione o per acquistare un centravanti. Si manifestava per il diritto di continuare ad avere la propria squadra. «La Reggina siamo noi» fu il senso di quella giornata. Un mese dopo, il 9 agosto, oltre seimila persone tornarono al Granillo per un’altra manifestazione mentre il futuro del club era appeso a un filo.

È probabilmente qui che si comprende la differenza tra sostenere una squadra e appartenere a una storia.

Dalle cento sigle a un solo nome

Anche la curva, nel frattempo, era cambiata. Le vecchie sigle che avevano attraversato gli anni Ottanta, Novanta e Duemila progressivamente lasciarono spazio a una concezione differente. Dal 2018 il movimento organizzato si raccolse principalmente sotto Diffidati Liberi Curva Sud RC, mentre sul vetro della curva comparve il grande striscione “Curva Sud A.S. Reggina 1914”. Non più la necessità di mettere davanti il nome del singolo gruppo, ma quella di dichiarare un’appartenenza comune.

Ed è anche per questo che cercare oggi il nome del “nuovo Carminello” sarebbe probabilmente sbagliare domanda.

La Curva Sud contemporanea ha scelto un’identità molto più collettiva. I comunicati vengono firmati dalla Curva o dai Diffidati Liberi; il protagonismo personale viene ridotto; chi conduce materialmente il tifo non diventa necessariamente un personaggio pubblico. È una differenza profonda rispetto al passato e spiega perché oggi siano soprattutto le sigle e le decisioni collettive, più dei singoli nomi, a raccontare la vita della Sud.

La Curva Sud del 2026

La prova più recente è arrivata ancora una volta lontano dalla Serie A. Nel febbraio 2026, alla vigilia del derby dello Stretto contro il Messina, i Diffidati Liberi chiamarono tutta la tifoseria a riempire con anticipo la Sud per realizzare una grande coreografia. Ma dentro quel comunicato c’era qualcosa di forse ancora più significativo.

Ai tifosi messinesi era stata vietata la trasferta. La curva reggina avrebbe potuto trasformarne l’assenza nell’occasione per lo sfottò. Fece il contrario: espresse solidarietà agli avversari e invitò espressamente i reggini a non intonare cori contro una tifoseria impossibilitata a rispondere. Rivalità assoluta quando entrambi sono presenti, rispetto quando uno dei due viene lasciato fuori. È una delle fotografie più interessanti della mentalità della Sud contemporanea.

E sul campo dello spettacolo la curva continua a sembrare appartenere a categorie diverse da quelle attraversate dalla squadra. Nell’aprile 2025, durante Reggina-CastrumFavara, il sostegno proseguì praticamente per novanta minuti nonostante una situazione di classifica che stava spegnendo le speranze di promozione.

Perché la regola, in fondo, è rimasta la stessa: si contesta chi rappresenta male la Reggina, non la Reggina.

“Stanchi di voi, ma non di lei”

Quella distinzione è diventata chiarissima negli ultimi anni. Nel luglio 2025 la Curva Sud si radunò sul Waterfront contestando apertamente la dirigenza Ballarino ma annunciando contemporaneamente che avrebbe continuato a esserci per la squadra. La frase scelta era quasi un manifesto: “Stanchi di voi, ma non di lei”.

Nel maggio 2026 la frattura diventò definitiva. Dopo un’altra stagione senza il ritorno tra i professionisti, Curva Sud e Diffidati Liberi annunciarono la diserzione del Granillo per la semifinale playoff contro l’Athletic Palermo e una “marcia amaranto”. Era la forma estrema di un principio antico: lasciare solo chi governa il club senza lasciare sola la maglia.

È una contraddizione soltanto apparente. Si può non entrare allo stadio proprio perché si ama ciò che c’è dentro. Si può contestare una società perché la Reggina viene considerata qualcosa che nessun proprietario possiede completamente.

La Reggina prima di tutti

Forse è proprio questo il filo che attraversa quarant’anni di tifo amaranto.

Sono cambiati i Warriors, i Position Fighters, il C.U.C.N., i Boys, gli Irriducibili. Sono cambiati gli uomini della balaustra. Sono arrivati i Diffidati Liberi. È cambiato persino il calcio: tornelli, tessere, divieti di trasferta, DASPO, televisioni, partite distribuite lungo tutta la settimana, società che nascono e muoiono alla velocità di una stagione.

Una cosa è rimasta.

La maglia.

Quella che Carminello guardava da ragazzo salendo su un pullman per Monopoli. Quella davanti alla quale ventiquattromila persone comprarono un abbonamento quando finalmente arrivò la Serie A. Quella per cui Reggio riempì Piazza del Popolo il 13 giugno 1999. Quella che migliaia di persone tornarono a difendere nel 2015 e nel 2023 quando non c’erano più Ronaldo, Baggio o Del Piero dall’altra parte del campo, ma squadre di Serie D.

Ed è forse qui il segreto della Reggina.

Le società possono fallire perché sono aziende. Le squadre possono retrocedere perché appartengono al calcio. Una comunità non retrocede.

Al Granillo possono cambiare i giocatori, il presidente, l’allenatore, il nome scritto sui documenti societari e perfino la categoria indicata sul calendario. Ma quando dalla Sud sale quel rumore profondo che precede un coro, per qualche secondo quarant’anni diventano un solo giorno. Il ragazzo dei Warriors del 1979, Carminello sulla balaustra, quello che partiva con i Boys negli anni Novanta e il ventenne che oggi prepara una bandiera per una partita di Serie D appartengono alla stessa storia.

È la ragione per cui la Reggina è sopravvissuta alle proprie morti.

Perché una società può essere cancellata da un tribunale, una federazione o un bilancio.

Ma nessuno ha ancora trovato il modo di mettere in liquidazione una passione.

Questa è solo una delle tante storie che compongono il lungo racconto amaranto. Nel libro LA REGGINA rivivono uomini, partite, emozioni e pagine che hanno attraversato la storia della squadra e della sua gente.

Il libro LA REGGINA è disponibile su Amazon Libri:
https://amzn.eu/d/00xWETtM

Questa è solo una delle tante storie che compongono il lungo racconto amaranto. Nel libro LA REGGINA rivivono uomini, partite, emozioni e pagine che hanno attraversato la storia della squadra e della sua gente. Il libro LA REGGINA è disponibile su Amazon Libri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.