I SIGNORI AMARANTO | Una leggenda: Franco Iacopino, l’UOMO che è stato, è e sarà sempre la REGGINA.
Quarantadue anni dentro la storia amaranto. Dalla Reggina di Oreste Granillo alla conquista della Serie A, dalle difficoltà societarie ai riconoscimenti internazionali. Il racconto di un uomo che ha dato molto al calcio, senza dimenticare mai le persone.
Franco Iacopino conserva ancora le lettere di Oreste Granillo. Le custodisce gelosamente, come si fa con le cose che hanno un valore che il tempo non riesce a consumare. È un particolare piccolo, apparentemente secondario, ma forse il modo migliore per cominciare a raccontare quest’uomo. Perché nelle lettere di un presidente, conservate per una vita intera, c’è qualcosa che va oltre il calcio: la riconoscenza, il rispetto, la memoria di chi ti ha insegnato un mestiere e, soprattutto, un modo di stare al mondo.
Quarantadue anni alla Reggina. Scriverlo è semplice. Provare a immaginare che cosa significhi, invece, è un’altra cosa. Significa aver visto cambiare presidenti, allenatori, giocatori, categorie, sedi, abitudini e persino il modo di intendere il calcio. Significa aver conosciuto l’entusiasmo delle promozioni e l’amarezza delle sconfitte, attraversando crisi societarie nelle quali il futuro stesso della squadra sembrava incerto. E significa essere rimasto, per tutto quel tempo, una presenza riconoscibile, affidabile, profondamente legata ai colori amaranto.
Francesco Iacopino nasce a Bagaladi il 3 ottobre 1940. Studia al liceo classico Tommaso Campanella e si laurea in Giurisprudenza a Palermo. Il calcio entra presto nella sua vita, prima come giocatore e successivamente come dirigente. Nei primi anni Sessanta comincia il lungo rapporto con la Reggina, occupandosi del settore giovanile al fianco di Oreste Granillo e collaborando con uomini che avrebbero contribuito a costruire una parte fondamentale della storia sportiva cittadina.
È l’epoca di Tommaso Maestrelli, di Enzo Dolfin, della prima storica promozione in Serie B. Nel 1965-1966 Iacopino accompagna già, da giovane dirigente, la formazione Primavera amaranto. Da allora il suo lavoro diventa sempre più ampio: organizzazione, rapporti federali, settore giovanile, segreteria, gestione quotidiana della società. Fino agli incarichi di maggiore responsabilità.
IL DIRIGENTE CHE NON AVEVA PAURA DI SPORCARSI LE MANI
Un vecchio ritratto giornalistico racconta che, nei momenti di difficoltà, Iacopino aiutasse perfino il magazziniere a raccogliere il materiale, dai palloni alle ciabatte dimenticate. È un’immagine che vale più di molte definizioni. Perché un dirigente può conoscere regolamenti, contratti e procedure, può sedersi ai tavoli più importanti del calcio italiano, ma il modo in cui considera il lavoro degli altri dice molto della sua statura personale.
Iacopino ha attraversato anche il delicato passaggio societario del 1986, quando la Reggina dovette ricostruire il proprio futuro. In quelle stagioni, mentre la città viveva con apprensione le vicende della squadra, la sua esperienza rappresentò un elemento di continuità. Non era l’uomo delle dichiarazioni roboanti. Era quello che conosceva le persone, sapeva affrontare i problemi e cercava soluzioni.
Ha lavorato con decine di allenatori, da Maestrelli a Scala, da Bigon a Bolchi, da Scoglio a Colomba. Ha conosciuto presidenti molto diversi tra loro: Granillo, Matacena, Ascioti, Benedetto, Foti. Di ciascuno ha conservato un ricordo, un insegnamento, una valutazione personale. Ma il primo presidente è rimasto speciale. Granillo, per lui, non era soltanto un dirigente: era un maestro.
E forse è proprio questa una delle qualità più belle di Franco Iacopino: aver imparato tanto senza perdere la capacità di riconoscere ciò che aveva ricevuto dagli altri.
PESCARA, TORINO E QUELLE LACRIME CHE NON SI DIMENTICANO
Il 25 giugno 1989 la Reggina affronta la Cremonese nello spareggio di Pescara per salire in Serie A. Sugli spalti ci sono migliaia di reggini. Il sogno sembra a portata di mano, ma svanisce ai calci di rigore. Per Iacopino resterà uno dei ricordi più dolorosi della sua carriera. Non soltanto per la sconfitta, ma per quella città che aveva viaggiato, sperato, sofferto insieme alla squadra.
Dieci anni dopo, il 13 giugno 1999, arriva finalmente Torino. La Reggina conquista la sua prima, storica promozione in Serie A. Iacopino è ancora lì, dopo aver attraversato quarant’anni di attese, difficoltà e ricostruzioni. È uno degli uomini che possono comprendere fino in fondo il significato di quel traguardo.
Racconterà che, uscendo dall’albergo a Torino, sentiva parlare soltanto in calabrese. La città si era trasferita al Nord per accompagnare la propria squadra verso un appuntamento con la storia.
E in quell’immagine c’è tutta la differenza tra vincere un campionato e vivere una promozione come una conquista collettiva. Iacopino conosceva il peso di quella giornata perché aveva conosciuto, prima, tutte quelle in cui la Reggina non ce l’aveva fatta.
LE PIZZE DI KALLON E IL CALCIO DEI RAPPORTI UMANI
Fra i tanti ricordi della sua lunga carriera ce n’è uno che riguarda Mohamed Kallon. Il giovane attaccante gli telefonò una sera chiedendogli di portare tre pizze per sé e due cugini. Iacopino arrivò e trovò molti più ospiti del previsto. Tornò quindi a prenderne altre sette.
Quando Kallon provò a pagarlo, il dirigente gli fece capire che avrebbe preferito un gol contro la Juventus. Il ragazzo segnò davvero e andò a cercarlo per festeggiare.
È un episodio divertente, ma racconta anche un calcio nel quale il rapporto tra un dirigente e un giocatore non si esauriva negli aspetti contrattuali. Iacopino conosceva le persone, le loro necessità, le loro fragilità. E molti di quei rapporti sono sopravvissuti alla fine delle rispettive esperienze professionali.
In un’intervista ha raccontato di scambiarsi ancora messaggi con alcuni ex calciatori dopo cinquant’anni. È forse uno dei riconoscimenti più belli che un uomo di sport possa ricevere: essere ricordato non soltanto per il ruolo che ha ricoperto, ma per il rapporto umano che ha saputo costruire.
I SUCCESSI, I PREMI, IL RISPETTO CONQUISTATO
La carriera di Franco Iacopino non si è esaurita a Reggio Calabria. Dopo l’esperienza amaranto ha messo le proprie competenze al servizio di altre società, tra cui Catanzaro e Modena, ricoprendo incarichi dirigenziali e organizzativi.
In oltre cinquant’anni di attività ha attraversato il calcio italiano in molte delle sue trasformazioni. Il suo contributo è legato alle promozioni vissute con la Reggina, alla crescita del settore giovanile, all’organizzazione societaria e alla capacità di mantenere rapporti professionali in un ambiente spesso difficile.
Nel 2004 è arrivato un prestigioso riconoscimento UEFA, che lo ha inserito fra sette dirigenti europei distintisi per il proprio lavoro. A questo si aggiungono il Premio Pericle d’Oro, il Premio Reggio, il Top of the Sport, il San Giorgio d’Oro conferito dal Comune di Reggio Calabria nel 2009 e numerosi altri attestati di stima. Nel 2026 ha ricevuto anche un riconoscimento per meriti sociali nell’ambito del Metropolitano Awards.
Ma sarebbe riduttivo misurare la sua storia attraverso le targhe e le coppe. Il risultato più importante è forse quello di aver costruito una reputazione professionale che ha resistito al passare degli anni e al cambiamento delle società.
QUARANTADUE ANNI RACCONTATI IN SETTE PUNTATE
Nel 2024, in occasione dei 110 anni della Reggina, VideoTouring 87 ha realizzato, con il contributo giornalistico di Michele Favano, il documentario Iacopino – Reggina Story. Sette puntate per ripercorrere quarantadue anni di vita amaranto attraverso la voce di uno dei suoi protagonisti.
Un progetto che ha avuto anche una finalità benefica, destinando i proventi degli sponsor alla Fondazione Chops Malattie Rare ETS. Durante la presentazione, la Reggina gli ha consegnato una maglia con il numero 42.
Quarantadue. Non il numero di un calciatore, ma gli anni di una vita professionale dedicata alla stessa società. Un gesto semplice, capace di racchiudere una storia che nessuna cerimonia potrebbe raccontare completamente.
Iacopino ha dedicato alla memoria amaranto anche il proprio lavoro di autore, contribuendo alla realizzazione del volume Una storia amaranto. Perché chi ha vissuto così tanto dentro una società finisce per avvertire anche il bisogno di custodirne il passato, affinché non vada perduto.
LA REGGINA CHE RESTA DENTRO
Quando nel 2023 la Reggina è stata esclusa dal calcio professionistico, Iacopino non ha nascosto la propria amarezza. Ha parlato da dirigente, ma soprattutto da reggino, ricordando che la storia di una squadra non può essere cancellata da una sentenza.
Quelle parole avevano un peso particolare. Venivano da un uomo che aveva già visto la Reggina attraversare momenti difficilissimi e che sapeva quanto lavoro fosse stato necessario, ogni volta, per ricominciare.
C’è anche un’altra confessione, forse ancora più personale, che merita di essere ricordata. Ripensando ai tanti anni trascorsi al servizio della società, Iacopino ha ammesso di temere di aver sottratto troppo tempo alla propria famiglia. E ha riconosciuto con gratitudine il ruolo di sua moglie, che lo ha accompagnato lungo quel percorso.
È una riflessione che restituisce la dimensione autentica di una vita dedicata al lavoro e alla passione. Dietro le promozioni, le trasferte, le riunioni interminabili e le notti trascorse a risolvere problemi, c’erano anche affetti e rinunce che nessuna classifica avrebbe mai potuto registrare.
Franco Iacopino appartiene a quella parte della storia della Reggina che non ha bisogno di essere ricordata attraverso un gol o una partita. Il suo nome è legato a qualcosa di più lungo e profondo: la continuità di un’appartenenza, il rispetto per le persone, la serietà del lavoro, la convinzione che una società sportiva debba essere anche una comunità.
Ha conosciuto la Reggina dei sogni ancora lontani e quella capace di raggiungere la Serie A. Ha visto passare generazioni di ragazzi diventati uomini, allenatori destinati a grandi carriere, presidenti amati e discussi. Ha conosciuto la gioia, la delusione, l’orgoglio e l’amarezza.
Eppure, dopo tutto questo tempo, continua a conservare le lettere di Oreste Granillo.
Forse è proprio lì che si trova il senso più profondo della sua storia. In quelle pagine custodite con cura, nel ricordo di un maestro, nella gratitudine verso chi ha condiviso il cammino.


