I Signori Amaranto

I Signori Amaranto: Alfredo Auspici, una vita d’artista, con la Reggina dentro il cuore.

Ci sono uomini che hanno raccontato la storia della Reggina scrivendola sui giornali. Altri l’hanno raccontata attraverso una radiocronaca, una fotografia, una telecamera. Alfredo Auspici ha fatto qualcosa di ancora diverso: l’ha trasformata in musica, ironia, memoria, sentimento popolare. L’ha cantata quando vinceva e l’ha stretta ancora più forte quando perdeva. L’ha portata dentro le case dei reggini, l’ha presa bonariamente in giro come si fa soltanto con qualcuno che si ama davvero, ha conosciuto i suoi calciatori, ne ha raccontato i protagonisti, ha attraversato promozioni, cadute, Serie A, fallimenti, rinascite e domeniche nelle quali sembrava che non dovesse succedere niente e invece bastava vedere una maglia amaranto per sentirsi nuovamente a casa. Per questo Alfredo Auspici non è semplicemente un artista reggino tifoso della Reggina. È uno di quegli uomini attraverso i quali una squadra di calcio smette di essere soltanto una squadra e diventa memoria collettiva. Un Signore Amaranto.

La sua storia comincia molto prima delle televisioni e delle canzoni. Comincia in famiglia. La musica era già nelle stanze della sua infanzia: un nonno capace di passare dalla chitarra al mandolino mentre raccontava la propria vita, il terremoto del 1908, la guerra, l’amore; un padre che scriveva sonetti e canzoni in vernacolo. E insieme alla musica arrivò l’altra eredità, quella amaranto. Alfredo lo ha raccontato con una frase bellissima: la passione per la Reggina nasce attraverso suo padre. È così che nascono quasi tutti gli amori calcistici veri. Non scegli una squadra consultando una classifica. Te la consegna qualcuno. Un padre, un nonno, uno zio. E insieme a quella squadra ti consegna un pezzo della propria vita. Auspici avrebbe poi trasformato questa sensazione in una definizione semplicissima: «a Reggina è comu a famigghia». Non una metafora costruita per una canzone, ma qualcosa di molto concreto: la madre che prepara le polpette la domenica e te ne mette qualcuna in un sacchetto perché non puoi restare a pranzo, devi correre allo stadio. Dentro questa piccola scena domestica c’è forse più Reggina che in cento statistiche. Perché la Reggina, per generazioni di reggini, è stata esattamente questo: un posto apparecchiato in più nella famiglia.

Poi quella passione diventa racconto. Con Franco Polimeni nasce un sodalizio destinato a entrare nell’immaginario amaranto e Chisti Simu, dal 1998, diventa molto più di una trasmissione televisiva. Auspici e Polimeni entrano nel mondo della Reggina senza trasformarlo in qualcosa di distante e solenne. Fanno l’esatto contrario: riportano i calciatori tra la gente. Li intervistano, scherzano con loro, li coinvolgono negli sketch, mostrano ciò che normalmente resta fuori dalle telecamere. Negli anni passano davanti ai loro microfoni uomini che avrebbero scritto pagine enormi della storia amaranto; campioni arrivati a Reggio e diventati, almeno per qualche minuto davanti alle telecamere di Chisti Simu, ragazzi con i quali ridere. Quella leggerezza aveva però qualcosa di profondissimo: avvicinava la squadra alla città. Nel calcio nel quale progressivamente aumentavano distanze, uffici stampa, filtri e rituali, Alfredo continuava a trattare la Reggina come l’avevano sempre trattata i reggini. Come una di famiglia.

E quello spirito non si è perso. Anzi, oggi ha trovato un’altra delle sue forme più riuscite e irresistibili: L’Uomo Confuso, l’ultima rubrica con la quale Auspici è tornato a guardare il mondo amaranto attraverso quella lente che appartiene soltanto a lui. Esilarante, ruspante, volutamente spaesata e soprattutto tutta reggina. L’Uomo Confuso sembra non capire bene cosa stia succedendo intorno a lui e proprio per questo finisce spesso per capirlo meglio degli altri. È il tifoso davanti alle stranezze del calcio, alle sue liturgie, alle dichiarazioni, alle partite, alle contraddizioni e a quell’universo nel quale tutti sembrano avere certezze mentre lui rivendica magnificamente il diritto di essere confuso. Auspici gioca ancora una volta con la Reggina senza giocare mai contro la Reggina. La prende in giro dall’interno, con il privilegio che appartiene soltanto a chi può permettersi di scherzare sulla propria famiglia. E dietro la risata rimane la stessa intuizione di sempre: il calcio amaranto raccontato non dall’alto di una tribuna stampa, ma dal marciapiede, dal bar, dalla curva, dalla voce dell’amico incontrato per strada. Una miriade di personaggi interpretati magistralmente e una cura dei dettagli dell’animo reggino, fanno di lui un cantastorie di pregevole fattura. L’Uomo Confuso è forse l’ultima maschera inventata da Alfredo, ma dietro quella maschera c’è ancora lo stesso ragazzo di sempre, scanzonato e innamorato della sua città e dei suoi colori.

E mentre la raccontava, cominciava anche a cantarla. Ci sono canzoni che diventano popolari perché passano mille volte alla radio e altre che entrano nella memoria perché appartengono a un momento della vita. Sei tu, Voglio andare a vincere a San Siro, quella Reggina trasformata in musica durante gli anni nei quali andare a San Siro non era una fantasia ma una domenica di campionato: Alfredo Auspici ha costruito una piccola colonna sonora sentimentale dell’amaranto. “Voglio andare a vincere a San Siro” contiene tutta l’irriverenza meravigliosa di una città che improvvisamente si trovava davanti Juventus, Milan, Inter e non voleva chiedere il permesso a nessuno. La Reggina arrivata dalla provincia estrema del calcio italiano poteva andare a San Siro e sognare di vincere. E un artista reggino poteva cantarlo. Anni dopo quel brano sarebbe stato ripreso e trasformato anche in una versione rap insieme a un giovane artista della città. Quasi un passaggio di consegne: cambiano i suoni, cambiano le generazioni, resta l’amaranto.

Ma per capire davvero Alfredo Auspici bisogna andare ancora più indietro, fino a uno stadio di Perugia e a uno striscione diventato memoria. «Era ura cazzu!». Tre parole, niente poesia ricercata, nessuna costruzione letteraria. Eppure dentro c’era un popolo intero. Era lo sfogo, l’attesa, la liberazione del tifoso. Quello striscione, ricordato ancora decenni dopo come lo striscione di Alfredo Auspici, appartiene a quella storia minore che minore non è affatto. Perché le società conservano negli archivi i tabellini; i tifosi conservano altre cose: una trasferta, una frase, un coro, uno striscione tenuto tra le mani, la faccia dell’amico che stava accanto. È così che il calcio diventa memoria.

E Alfredo c’è stato anche quando ridere era molto più difficile. Questa è forse la parte che separa un personaggio legato a una squadra da un uomo che quella squadra la sente davvero propria. La Reggina ha regalato alla sua gente anni che sembravano impossibili: la Serie A, le grandi del calcio italiano al Granillo, le salvezze conquistate contro ogni pronostico. Ma poi ha presentato il conto più volte. Cadute, fallimenti, esclusioni, ricostruzioni. Nel luglio 2023, mentre circa duemila tifosi scendevano in piazza dopo l’esclusione dalla Serie B, Alfredo Auspici era lì. Non sul palco di uno spettacolo. Non davanti a una telecamera per fare una battuta. In piazza. Come gli altri. Preoccupato, arrabbiato, ferito. Perché arriva sempre un momento nel quale l’artista finisce e rimane il tifoso. E il tifoso non possiede copioni.

Forse è questa continuità a renderlo particolare. Alfredo ha visto cambiare tutto intorno alla Reggina. Presidenti, proprietà, allenatori, calciatori, categorie, simboli societari. Ha visto una squadra salire fino alla Serie A e precipitare nei dilettanti. Ha conosciuto i giorni nei quali Reggio compariva ogni domenica sulle televisioni nazionali e quelli nei quali bisognava ricominciare ancora una volta da campi lontanissimi da San Siro. Eppure lui è rimasto esattamente nello stesso posto sentimentale. Accanto alla Reggina. Con una chitarra quando serviva una canzone, con una telecamera quando serviva raccontarla, con una battuta quando bisognava sorridere, con la propria presenza quando invece c’era soltanto da esserci. E oggi, con L’Uomo Confuso, continua a fare forse la cosa che gli riesce meglio: ricordarci che si può amare tremendamente una squadra senza smettere di riderne, e soprattutto senza smettere di ridere di noi stessi.

Nel maggio 2025 la città gli ha consegnato il San Giorgio d’Oro, la più alta benemerenza civica di Reggio Calabria. Nella motivazione c’è molto di ciò che Alfredo Auspici rappresenta: artista e musicista, uomo dall’amore autentico e viscerale per la città e dalla passione incondizionata per la Reggina, capace attraverso musica, poesia e iniziative culturali di custodire le tradizioni e trasmetterle alle nuove generazioni. È stato definito un ambasciatore della regginità. Probabilmente non esiste parola più adatta. Perché essere reggini non significa soltanto essere nati in un punto della carta geografica. Significa portarsi dietro un linguaggio, ricordi, ironia, contraddizioni, orgoglio, ferite. E per moltissimi significa inevitabilmente anche Reggina.

Quel premio racconta l’artista. Ma noi, nei Signori Amaranto, vogliamo fermarci un istante prima della targa, dei riconoscimenti, delle trasmissioni e persino delle canzoni. Vogliamo tornare al bambino al quale suo padre consegnò una squadra di calcio come si consegna qualcosa da custodire. Perché tutto ciò che sarebbe venuto dopo nasce probabilmente lì. Nasce da quegli occhi con i quali, come avrebbe poi scritto in Sei tu, aveva visto i calciatori di un’altra epoca. Gli occhi di suo padre diventano i suoi; i ricordi di una generazione passano alla successiva. Ed ecco perché una squadra può sopravvivere perfino ai propri fallimenti: perché prima ancora che nelle società, vive nelle persone.

Alfredo Auspici ha fatto la storia della Reggina senza giocare una sola partita. Non troveremo il suo nome nella formazione di una domenica e non esiste un tabellino capace di registrare ciò che ha dato all’amaranto. Eppure provate a raccontare gli ultimi decenni della Reggina soltanto attraverso gol, presidenti e allenatori. Mancherebbe qualcosa. Mancherebbe la voce della città mentre quella storia accadeva. Mancherebbero le risate di Chisti Simu, le interviste impossibili da immaginare altrove, le canzoni, San Siro trasformato in sogno, gli sketch con i calciatori, lo striscione di Perugia. E oggi mancherebbe anche quell’Uomo Confuso che, con la sua aria spaesata e la sua regginità irriducibile, continua a ricordarci quanto sia meravigliosamente assurdo essere tifosi della Reggina. Mancherebbe quella capacità tutta reggina di ridere persino delle proprie disgrazie e un minuto dopo tornare serissima quando qualcuno tocca ciò che ama.

È per questo che Alfredo Auspici è un Signore Amaranto.

Non perché abbia sempre celebrato la Reggina. Ma perché non ha mai avuto bisogno che la Reggina fosse grande per amarla.

L’ha amata in Serie A e l’ha amata quando la Serie A era diventata soltanto una fotografia. L’ha cantata nei giorni delle imprese e accompagnata nei giorni delle macerie. L’ha presa in giro senza mai deriderla. L’ha criticata senza smettere di appartenerle. E ogni volta che il calcio ha provato a cancellare una parte di quella storia, lui ha fatto ciò che fanno gli artisti quando qualcosa rischia di scomparire: l’ha trasformata in memoria.

Un padre gli aveva consegnato l’amaranto quando era bambino.

Alfredo, per tutta la vita, ha continuato a restituirlo alla sua città. Con una canzone, una battuta, una telecamera, uno striscione, una risata. E oggi anche con un uomo magnificamente confuso.

E qualche volta con gli occhi lucidi.

La Reggina, per uomini come Alfredo Auspici, si eredita…e si tramanda alla sua città.

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