Nessun dramma: adesso serve solo capire
La Reggina, questa volta, è rimasta imbrigliata. Non dominata, non ridimensionata, neppure realmente messa sotto per novanta minuti. Imbrigliata, sì. Dentro una partita sporca, spezzettata, fatta di troppi palloni lunghi da una parte e dall’altra, seconde palle, duelli e poco di quel calcio che nelle prime cinque giornate aveva dato agli amaranto la sensazione di poter governare quasi sempre ciò che accadeva in campo.
A Capaci si poteva vincere. Si poteva pareggiare. Ma, andando avanti con la partita, si poteva soprattutto perdere. Ed è successo.
Non c’è alcun dramma da costruire intorno alla prima sconfitta stagionale. Sarebbe persino ingeneroso dopo cinque vittorie consecutive, quindici gol realizzati e una porta rimasta inviolata fino all’83’ della sesta giornata. Questa Reggina è forte e continua a sembrarlo anche dopo una sconfitta. Proprio per questo, però, la partita contro il Trapani merita di essere analizzata senza cercare alibi.
Perché qualche sbavatura si è vista. Tra le linee, soprattutto, la Reggina ha concesso più del solito, perdendo a tratti quelle distanze che erano state una delle sue qualità migliori. Il Trapani lo ha capito e ha giocato la partita che doveva giocare: organizzato, aggressivo, molto più forte di quanto racconti quella classifica falsata dalla penalizzazione. Ha tolto ritmo agli amaranto, li ha costretti spesso ad alzare il pallone e nella ripresa ha avuto qualcosa in più.
Eppure le possibilità per scrivere un’altra storia non sono mancate.
Nel primo tempo Abonckelet avrebbe potuto colpire, Fazio di testa, male, una bella azione. Nella ripresa è capitato a Rotulo, fermato da Simoni. In mezzo qualche pallone vagante nell’area granata, qualche mischia nella quale è mancato soltanto il tocco giusto. Dall’altra parte, però, c’è stato anche un Lagonigro straordinario, autore di una parata sulla conclusione di Leveque che, per difficoltà e bellezza, vale persino più dell’intervento con cui Simoni ha negato il gol alla Reggina.
Questo significa che la partita è stata aperta. Ma essere aperta non significa essere stata giocata bene.
Anche i cambi fanno parte dell’analisi
Stavolta qualche interrogativo lo lasciano anche le scelte operate durante la gara. Togliere Magrassi ha privato la Reggina di peso e di un riferimento centrale proprio mentre la partita stava diventando sempre più fisica e diretta. Lo spostamento di Jallow non sembra aver prodotto il beneficio cercato e, anzi, la sensazione è che davanti la squadra abbia successivamente fatto ancora più fatica a tenere palloni e ad accompagnare l’azione.
Ma questo è il giudizio di chi osserva la partita dall’esterno. Marchionni aveva davanti i suoi giocatori, ne conosceva condizioni e stanchezza e aveva informazioni che dalla tribuna o davanti a uno schermo non possiamo avere. Criticare una scelta è legittimo; pretendere di conoscere tutto ciò che l’ha determinata sarebbe meno corretto.
Resta la sensazione che, questa volta, neppure dalla panchina sia arrivata la soluzione capace di sciogliere il nodo costruito dal Trapani.
Ed è forse questo il dato più interessante della giornata.
Finora la Reggina aveva quasi sempre trovato una risposta. A Capaci no.
Quando il Trapani segna è tardi. Molto tardi. E proprio allora arriva forse la Reggina più rabbiosa della partita. Gli amaranto pressano, spingono, portano uomini nell’area avversaria. Arrivano palloni, mischie, una parata, situazioni nelle quali basterebbe una deviazione. Ma il tempo è poco e il Trapani resiste.
Finisce 1-0.
Senza drammi. E anche senza bisogno di raccontarsi che sia stata soltanto sfortuna.
Adesso viene la parte più importante
Marchionni nel dopogara ha detto una cosa semplice: quando non si può vincere, bisogna almeno non perdere. Probabilmente è dentro questa frase che si trova una parte della lezione di Capaci.
Ci sono domeniche nelle quali una squadra forte deve riconoscere che la partita non sta andando dove vorrebbe. È proprio allora che occorre saperla leggere. Abbassare per qualche minuto la temperatura, ricompattarsi, evitare di perdere le distanze, accettare persino che un pareggio possa diventare un risultato utile.
La Reggina, invece, ha continuato a cercare qualcosa. E nel tentativo di trovarlo ha finito per concedere al Trapani la possibilità che decide la partita.
Non è una colpa imperdonabile. È esperienza da mettere da parte.
La prima sconfitta, paradossalmente, può raccontare di una squadra molto più delle prime cinque vittorie. Perché quando tutto funziona è facile riconoscere le proprie certezze. Quando qualcosa si inceppa bisogna invece scoprire dove intervenire.
E Marchionni avrà parecchio materiale da riguardare: le distanze tra i reparti, la difficoltà nel trovare gioco tra le linee, il ricorso eccessivo al lancio lungo, la gestione di alcuni momenti della gara e anche ciò che hanno prodotto i cambi.
Non per rivoluzionare. Per correggere.
Perché il campionato non si è improvvisamente complicato e la Reggina non è diventata meno forte alle cinque del pomeriggio di una domenica di ottobre. Ha semplicemente perso una partita contro un avversario che l’ha preparata bene e, soprattutto nella ripresa, l’ha interpretata meglio.
Adesso arriva un’altra settimana importante e all’orizzonte c’è un altro confronto da vivere con intensità, ma questa volta senza distrazioni. La risposta che conta non sarà nelle dichiarazioni e nemmeno nella necessità di cancellare in fretta questa sconfitta.
Non c’è nulla da cancellare.
C’è da riguardarla. Capirla. E farne tesoro.
Perché a Capaci la Reggina ha perso tre punti. Sarebbe molto più grave perdere anche la lezione che questa partita le ha lasciato.


