I Signori Amaranto: Rocco Musolino, la voce con cui abbiamo visto la Reggina
Prima dello streaming, prima dei telefoni capaci di mostrarci una partita ovunque fossimo, prima dei social e dei gol che oggi attraversano il mondo in pochi secondi, c’era una radio. E dall’altra parte della radio c’era una voce. Per generazioni di tifosi della Reggina quella voce è stata Rocco Musolino. Dire che è un giornalista sportivo, un radiocronista, un professionista che ha attraversato più di trentacinque anni di storia amaranto e raccontato oltre milletrecento partite è tutto vero, ma non basta. Perché Rocco, a un certo punto, ha smesso di essere semplicemente colui che raccontava la Reggina ed è diventato parte del modo in cui migliaia di persone l’hanno vissuta. Quando la Reggina giocava lontano dal Granillo non sempre c’erano immagini. C’erano cucine nelle quali il pranzo della domenica diventava improvvisamente secondario, automobili con l’autoradio accesa, radioline appoggiate sul tavolo, tifosi che camminavano nervosamente per casa. E poi c’era lui. Rocco diceva che la Reggina avanzava e tu la vedevi avanzare. Raccontava un pallone che attraversava l’area e tu seguivi con gli occhi qualcosa che davanti agli occhi non avevi. La sua voce saliva improvvisamente e prima ancora che pronunciasse la parola gol avevi già capito tutto. Era questo il miracolo della radio: non mostrava nulla e riusciva a farti vedere tutto. E Rocco Musolino, per il popolo amaranto, è stato per decenni esattamente questo: l’uomo al quale affidare gli occhi.
Nato a Reggio Calabria nel 1962, giornalista, per oltre venticinque anni direttore di Radio Touring, presidente dell’USSI Calabria e poi voce di Antenna Febea, Musolino possiede un curriculum importante. Ma quello che conta per noi è un altro curriculum, impossibile da stampare su un biglietto da visita: trasferte, cabine stampa, cuffie, chilometri, domeniche passate lontano da casa per stare vicino alla Reggina. Oltre milletrecento radiocronache non sono un numero: sono milletrecento pezzi di vita. Sono partite dimenticate e giornate che nessun reggino dimenticherà mai. Sono Serie C, Serie B, Serie A, promozioni, salvezze, retrocessioni, cadute e rinascite. Reggio gli ha dato un nome che dice molto più di qualsiasi qualifica: “The Voice”. La voce. Perché quando una voce accompagna la stessa squadra abbastanza a lungo finisce inevitabilmente per mescolarsi ai ricordi di chi l’ascolta.
E dentro quei ricordi ci sono giornate che sembrano fatte apposta per spiegare cosa abbia significato Rocco Musolino per un tifoso amaranto. La prima porta a Perugia, 12 giugno 1988. La Reggina di Nevio Scala affronta la Virescit Boccaleone nello spareggio che vale la Serie B. Al Renato Curi arrivano circa ventimila reggini: sembra che una città intera abbia deciso di spostarsi per un giorno in Umbria. Bagnato segna, Catanese chiude il conto, finisce 2-0. La Reggina torna in Serie B. Per chi era rimasto a Reggio, però, quel campo lontano aveva bisogno di qualcuno capace di renderlo vicino. Ogni azione diventava un’immagine costruita nella testa, ogni silenzio sembrava interminabile. Una generazione di tifosi comprese quel giorno che la Reggina poteva ricominciare a salire. E Rocco era lì a raccontarlo.
Undici anni dopo arriva il giorno che cambia per sempre la dimensione della storia amaranto. 13 giugno 1999, Torino, stadio Delle Alpi. La Reggina è davanti a una porta rimasta chiusa per ottantacinque anni: dall’altra parte c’è la Serie A. Cozza segna su rigore, Ferrante pareggia e per qualche minuto il sogno sembra allontanarsi ancora. Poi arriva Tonino Martino. Il 2-1. La storia. In momenti così il confine tra professionista e uomo diventa sottilissimo. Musolino deve continuare a raccontare ciò che vede mentre dall’altra parte della sua voce una città sta impazzendo. Quando arriva il fischio finale non sta più semplicemente raccontando una partita. Sta dando una voce all’istante esatto nel quale Reggio realizza un sogno lungo una vita. La Reggina è in Serie A. Per la prima volta. E dentro la memoria sonora di quel giorno, insieme ai clacson, alle urla, ai pianti e agli abbracci, c’è anche Rocco.
Poi arriva un’altra notte, diversa e forse ancora più feroce, perché questa volta il paradiso conquistato bisogna difenderlo. È il 2003. La Reggina conclude il campionato a pari punti con Atalanta, Empoli e Modena e deve giocarsi la permanenza in Serie A nello spareggio contro l’Atalanta. Al Granillo finisce 0-0. Tutto si decide a Bergamo. Natali porta avanti i nerazzurri e improvvisamente la Serie B sembra vicinissima. Poi Francesco Cozza pareggia. Passano i minuti e la partita diventa una di quelle nelle quali anche guardare l’orologio fa paura. All’85’ arriva Emiliano Bonazzoli. 2-1. La Reggina resta in Serie A. Anche quella volta Rocco deve trovare le parole mentre migliaia di reggini dall’altra parte probabilmente le hanno perdute. Perugia aveva raccontato la rinascita, Torino la conquista del sogno, Bergamo la disperata volontà di non perderlo. Tre momenti lontani nel tempo, tre Reggine diverse, tre generazioni di calciatori. Una cosa rimane: quella voce che accompagna il tifoso dentro la partita.
Ma sarebbe ingiusto raccontare Rocco soltanto attraverso le giornate memorabili. Perché essere un Signore Amaranto significa soprattutto esserci nelle domeniche che nessuno metterà mai in un documentario. Nelle trasferte sotto la pioggia, nei pareggi dimenticati, nelle sconfitte, nei campi di provincia, quando le luci della Serie A si sono spente e la Reggina ha dovuto ricominciare. Musolino ha visto cambiare presidenti, società, allenatori, calciatori e categorie. Ha raccontato Juventus, Milan e Inter al Granillo e poi avversari che sembravano appartenere a un altro universo. Ha visto la Reggina cadere, rialzarsi e cadere ancora. E ha continuato a partire. È facile stare accanto a una squadra quando gioca a San Siro e tutta Italia la guarda. Molto più difficile è continuare quando quella stessa squadra deve ricominciare dal basso. Rocco è rimasto. La categoria cambiava, qualche volta cambiava la frequenza, il calcio stesso diventava irriconoscibile rispetto a quello delle sue prime radiocronache. Accendevi la radio e Rocco era ancora lì. Non c’è dichiarazione d’amore più forte della presenza.
Nel 2022 Reggio Calabria gli consegna il San Giorgio d’Oro, riconoscendo oltre trentacinque anni trascorsi a raccontare la Reggina, più di milletrecento radiocronache e un’Italia percorsa al seguito degli amaranto. Ma quel riconoscimento certificava qualcosa che i tifosi sapevano già da tempo: Rocco apparteneva alle loro domeniche. Ed è forse questa la sua eredità più grande. Essere entrato senza saperlo nelle vite delle persone. Essere diventato il suono di pomeriggi che oggi appartengono all’infanzia e alla giovinezza, a padri che magari non ci sono più, ad amici con i quali si ascoltava la partita e che la vita ha portato lontano. Una radiocronaca dura novanta minuti. Il ricordo di come l’hai ascoltata può durare una vita.
Oggi il calcio è diventato un altro mondo. Abbiamo la partita nel palmo della mano, immagini in tempo reale, statistiche, replay, social. Anche la Reggina ha attraversato altre tempeste e altre ricostruzioni. Eppure Rocco Musolino continua a raccontarla. Ed è forse questa la conclusione più bella, perché non è una conclusione. Dopo più di trentacinque anni e oltre milletrecento partite, la voce continua. Magari il ragazzo che nel 1988 ascoltava Perugia con suo padre, o quello che nel 1999 impazziva per il gol di Martino, oggi accende la radio in macchina insieme a suo figlio. Sono cambiate le generazioni, i giocatori, le società, perfino il modo di seguire una partita. Quella voce è rimasta lì a tenere insieme pezzi di tempo.
Ecco perché Rocco Musolino è un Signore Amaranto. Non perché abbia raccontato più partite degli altri e nemmeno per i premi. Ma perché migliaia di tifosi gli hanno affidato per anni qualcosa di prezioso: la possibilità di esserci quando non potevano esserci. Rocco non ha mai segnato sotto la Sud e il suo nome non compare nei tabellini della storia della Reggina. Eppure migliaia di reggini hanno visto alcuni dei gol più importanti della propria vita attraverso i suoi occhi, senza vedere nulla. Perugia, Torino, Bergamo. Una radio, la Reggina e Rocco. Quando una voce accompagna una squadra per una vita, a un certo punto smette di raccontarne soltanto la storia. Diventa parte della storia stessa. E forse tra molti anni, quando qualcuno pronuncerà il nome di Rocco Musolino, ci sarà ancora un tifoso amaranto che per un istante sentirà dentro di sé il fruscio di una vecchia radio, chiuderà gli occhi e tornerà ragazzo. Non vedrà il campo. Non ne avrà bisogno. Perché dall’altra parte ci sarà quella voce. E la Reggina starà ancora attaccando.


