I Signori Amaranto

I Signori Amaranto: Giusva Branca, l’uomo che ha scritto la Reggina e poi ci è entrato dentro, da innamorato.

Ci sono uomini che attraversano una squadra di calcio per qualche stagione e uomini ai quali una squadra finisce per attraversare la vita. Giusva Branca appartiene alla seconda categoria. Per raccontarlo non basta scrivere avvocato e giornalista, scrittore, uomo di radio e televisione, dirigente sportivo, addetto stampa, club manager o team manager. Sono tutte definizioni che appartengono alla sua storia, eppure nessuna riesce davvero a contenerlo. Perché prima degli incarichi e dopo le qualifiche rimane una cosa molto più semplice: Giusva Branca racconta la Reggina da una vita. L’ha raccontata scrivendo, parlando, discutendo, ricostruendo il passato, facendo televisione, inventando spettacoli insieme agli amici di sempre. Ha inseguito vecchi calciatori per salvare ricordi che rischiavano di scomparire, ha trasformato l’amaranto in libri, serate, talk, immagini. Poi la vita gli ha regalato un paradosso bellissimo: l’uomo che aveva trascorso decenni a raccontare la storia della Reggina si è ritrovato dentro quella storia.

La Reggina, per Branca, non è mai stata soltanto il risultato della domenica. Lo raccontano innanzitutto i suoi libri. Nel 2000, mentre Reggio viveva l’ebbrezza di una squadra finalmente arrivata in Serie A, pubblicava Cacciatori di tigri, dedicato al primo campionato amaranto nella massima serie. Due anni dopo, insieme a Francesco Scarpino, arrivava Reggio Calabria e la sua Reggina. Un intreccio di storia e destini 1964-2002. Già quel titolo conteneva una convinzione che avrebbe accompagnato tutto il suo lavoro: Reggio e la Reggina non possono essere raccontate separatamente. Nel 2006 arrivava Idoli di carta, viaggio nelle vite di undici ex calciatori amaranto quando il pallone aveva ormai smesso di rotolare; nel 2008 Reggina (1914-2008). La storia, un’altra opera dedicata alla memoria del club. Branca non collezionava soltanto risultati e formazioni. Cercava gli uomini dietro le maglie. Perché aveva compreso una cosa fondamentale: la memoria di una squadra non vive soltanto nei numeri, ma nelle persone che quei numeri li hanno trasformati in emozioni.

Ma fermarsi ai libri significherebbe raccontarne soltanto una parte. Giusva quella memoria l’ha portata fuori dalle pagine. L’ha discussa davanti alle telecamere, l’ha trasformata in talk, l’ha raccontata in televisione e alla radio. La sua esperienza nell’informazione reggina è lunga e attraversa emittenti e linguaggi differenti. Non soltanto il giornalista che interroga qualcuno, quindi, ma un uomo capace di sedersi davanti a un ospite e lasciare che da una conversazione riemerga un pezzo di Reggio. Ed è qui che nella storia di Giusva entra inevitabilmente Alfredo Auspici. Insieme hanno costruito negli anni qualcosa che difficilmente può essere catalogato semplicemente come giornalismo sportivo. Passa ‘o tiempo e che fa… era un appuntamento nel quale la storia della Reggina veniva rimessa in circolo davanti al pubblico attraverso racconti, musica, personaggi, vecchi protagonisti e ironia. Passavano Ciccio Cozza, Lillo Foti, Domenico Bolignano, Maurizio Condipodero e tanti altri volti della storia sportiva cittadina. Auspici portava quella sua capacità ruspante di trasformare ogni ricordo in spettacolo; Branca metteva dentro il racconto la memoria, il contesto, i nomi e gli avvenimenti. Uno poteva partire da una canzone, l’altro da una vecchia formazione. E alla fine si arrivava sempre nello stesso posto: alla Reggina.

Non fu una collaborazione occasionale. Negli anni Branca e Auspici sono comparsi insieme tante volte, costruendo un sodalizio nel quale giornalismo e intrattenimento si mescolavano continuamente. Ed è significativo che nel 2021 fosse proprio la Reggina a riconoscere quel patrimonio, portando su Reggina TV Aeroplani di carta, produzione firmata da Alfredo Auspici e Giusva Branca, un programma pensato come omaggio al club e come strumento per raccontare il mondo amaranto. Questa dimensione televisiva aiuta a capire meglio Branca. Perché davanti a una telecamera emerge un uomo differente dallo storico chino sugli archivi. C’è il gusto della discussione, della battuta, del contraddittorio. Ci sono i talk sportivi, gli incontri televisivi, le apparizioni insieme ad Auspici e agli altri protagonisti del racconto amaranto. E soprattutto c’è una convinzione: la storia della Reggina non appartiene a chi la conserva in una teca. Appartiene a chi continua a raccontarla.

Eppure la storia professionale con la Reggina viene da molto più lontano. Già negli anni Novanta Branca aveva lavorato nella comunicazione del club. Era addetto stampa negli anni della prima storica promozione in Serie A. Molto tempo dopo sarebbe tornato all’interno della società in ruoli dirigenziali: club manager e, nella stagione 2022-23, team manager. La squadra che per tanti anni aveva osservato, studiato e raccontato diventava quindi anche luogo di lavoro, responsabilità e quotidianità. Ed è forse qui che la figura di Branca diventa perfetta per i nostri Signori Amaranto. Perché raramente capita di poter osservare lo stesso amore da così tante prospettive. Tifoso, giornalista, scrittore e custode della memoria. Uomo della radio e della televisione. Compagno di viaggio di Auspici in tante avventure amaranto. Uomo della comunicazione del club e infine dirigente. Ha intervistato i calciatori e poi ha vissuto accanto ai calciatori. Ha raccontato uomini della Reggina e poi si è ritrovato a essere uno degli uomini della Reggina.

Poi arriva il 2023. E ancora una volta la storia amaranto decide di diventare dolore. Quella squadra capace sul campo di conquistare i playoff di Serie B precipita lentamente verso l’esclusione. Passano settimane di speranze, ricorsi, sentenze e attese. Uno dopo l’altro gli uomini cominciano ad andare via. Gli uffici si svuotano. La stagione è finita, ma la partita più importante continua fuori dal campo. Branca aveva già salutato il club, eppure si rifiuta sentimentalmente di andare oltre. Aspetta. Rimane sospeso davanti a quella storia finché non arriva davvero il fischio finale. Quando il Consiglio di Stato mette la parola fine, Giusva scrive parole che probabilmente raccontano il suo rapporto con la Reggina meglio di qualsiasi curriculum. Dice che non dimenticherà il dolore della gente e soprattutto lo smarrimento dei bambini che vedevano la fine materializzarsi giorno dopo giorno. Poi spiega perché, pur avendo già salutato, aveva continuato ad aspettare: «mi hanno convinto, da piccolo, che si resta sul campo fino alla fine».

Ecco Giusva Branca. Si resta sul campo fino alla fine. È una frase di calcio, ma non parla soltanto di calcio. Parla di educazione sentimentale, fedeltà, persino testardaggine. Significa sapere che potresti perdere e scegliere ugualmente di aspettare il novantesimo. Significa vedere gli altri andare via e rimanere ancora qualche minuto perché dentro di te qualcuno, molti anni prima, ti ha insegnato che dallo stadio non si esce prima del fischio finale. In quelle settimane Branca guarda soprattutto i bambini. È un dettaglio enorme per un uomo che ha trascorso buona parte della propria vita a custodire memoria. Perché davanti a quei bambini non stava scomparendo soltanto una società calcistica. Rischiava di interrompersi la continuità di un racconto. Gli stessi bambini ai quali qualcuno aveva consegnato una maglia, un colore e una domenica allo stadio chiedevano agli adulti perché quella squadra stesse scomparendo.

Giusva Branca sa meglio di molti altri che una squadra esiste davvero soltanto se qualcuno racconta a un bambino chi c’era prima di lui. Qualcuno dovrà spiegargli chi erano i calciatori di un’altra epoca. Qualcuno dovrà raccontargli Perugia, Torino, la prima Serie A, le salvezze impossibili, il Granillo pieno, gli anni nei quali Reggio si svegliava la domenica sapendo che sarebbe arrivata una grande del calcio italiano. E qualcuno dovrà raccontargli anche le cadute. Perché la memoria non può scegliere soltanto le fotografie belle. Branca questo lavoro lo ha fatto per una vita. Con i libri quando servivano pagine. Con la radio quando serviva una voce. Con la televisione quando servivano immagini. Con Alfredo Auspici quando serviva una risata per far tornare vivo un ricordo. Con la Reggina stessa quando, a un certo punto, non serviva più raccontare da fuori ma lavorare da dentro.

Ha raccolto pezzi di amaranto prima che andassero perduti. Ha restituito voce agli uomini che l’avevano costruito. Ha scritto libri affinché una storia nata nel 1914 non diventasse soltanto un elenco di risultati ingialliti. E quella stessa storia, alla fine, gli ha concesso il privilegio — e probabilmente anche il peso — di entrarci dentro. Ecco perché chiamarlo Signore Amaranto non significa attribuirgli una medaglia. Significa riconoscere un percorso. Giusva Branca ha scritto la Reggina, l’ha raccontata, l’ha discussa, l’ha portata davanti alle telecamere, l’ha trasformata in spettacolo, l’ha vissuta dall’interno e l’ha aspettata quando sembrava non esserci più nulla da aspettare.

Forse un giorno qualcuno aprirà uno dei suoi libri per cercare il nome di un vecchio calciatore. Troverà una formazione, una fotografia, una storia dimenticata. Magari, qualche pagina dopo, scoprirà un nome che aveva già sentito raccontare in televisione o in una vecchia serata insieme ad Alfredo Auspici. Continuerà a sfogliare e capirà che dietro quei nomi c’era una città intera. Forse sarà quello il gol più importante segnato da Giusva Branca per la Reggina: avere impedito al tempo di portarsela via.

Perché i calciatori passano, i presidenti passano, le categorie cambiano e persino le società possono scomparire e rinascere. La memoria, invece, ha bisogno di qualcuno che rimanga.

Giusva Branca è rimasto. Fino alla fine.

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