I Signori Amaranto

I Signori Amaranto | Carminello, una vita sulla balaustra, l’amore infinito per la Reggina

Da Carmine Quartuccio alla storia della Curva Sud: quarant’anni di cori, trasferte, battaglie e appartenenza. Il ritratto di uno dei volti più rappresentativi del tifo amaranto.

Carmine Quartuccio per l’anagrafe, Carminello per tutti. Un soprannome che a Reggio Calabria è diventato parte della memoria collettiva, soprattutto per chi ha vissuto le domeniche del vecchio Comunale e del Granillo. Una voce, due braccia alzate, una balaustra e migliaia di persone da trascinare in un unico coro. Perché Carminello non è stato semplicemente un capo ultras: è stato uno dei simboli più riconoscibili di quella passione popolare che ha accompagnato la Reggina attraverso gioie immense e delusioni altrettanto profonde.

La sua storia comincia nel 1984, quando, appena quattordicenne, affronta la prima trasferta a Monopoli. Da allora, chilometri, pullman, bandiere e amicizie diventano parte della sua esistenza. Sono gli anni di un calcio diverso, senza social network e senza riflettori, quando seguire la propria squadra significava sacrificare tempo e denaro senza chiedere nulla in cambio. Carminello cresce in quella cultura e ne diventa uno degli interpreti più conosciuti, fino a rappresentare un punto di riferimento per generazioni di tifosi amaranto. Non importava se davanti ci fosse una grande squadra o una formazione di provincia: contava esserci, portare quei colori ovunque, dimostrare che l’appartenenza non dipende dalla classifica.

Dalla balaustra ha guidato cori e incitamenti, spesso voltando le spalle al campo per guardare negli occhi la sua gente. Un ruolo che persino i calciatori hanno riconosciuto. Massimo Taibi, durante la presentazione del libro Il mito Carminello e la storia della Curva, nel luglio 2021, lo definì un’istituzione, ricordando l’emozione dei cori che accompagnavano le sue parate. Un rapporto particolare, quello tra campo e curva, fatto di voci che arrivano dove talvolta non riescono ad arrivare le parole. Perché chi guida una curva non guarda soltanto una partita: ne accompagna il respiro, ne raccoglie la rabbia, ne alimenta la speranza.

Carminello ha attraversato stagioni che sembravano appartenere a mondi differenti. Ha conosciuto la Reggina delle categorie inferiori, quella delle grandi promozioni e quella capace di confrontarsi con le potenze del calcio italiano. Ha visto il Granillo trasformarsi in una delle piazze più appassionate del Paese, ma ha conosciuto anche l’amarezza dei fallimenti societari e delle ripartenze. E proprio nei momenti più difficili emerge il significato profondo del tifo: continuare ad amare qualcosa anche quando non restituisce le soddisfazioni sperate.

La sua storia è anche quella delle amicizie nate sugli spalti. Il gemellaggio con la Salernitana, che Quartuccio ha ricordato di aver contribuito a costruire nel 1987, e i rapporti con la tifoseria del Latina raccontano un mondo ultras capace di andare oltre i novanta minuti, creando legami che resistono ai decenni. Rapporti costruiti attraverso incontri, trasferte, ospitalità e rispetto reciproco. Perché nel calcio delle curve, accanto alle rivalità, esiste anche una geografia sentimentale fatta di amicizie che attraversano l’Italia.

Nel 2021 arriva anche un libro, Il mito Carminello e la storia della Curva, presentato proprio al Granillo. Un’opera che, nelle intenzioni dello stesso protagonista, non vuole raccontare soltanto un uomo, ma intere generazioni di tifosi reggini. È forse questo l’aspetto più significativo della sua vicenda: essere diventato un riferimento senza dimenticare che una curva vive della partecipazione di tutti, dal ragazzo alla sua prima partita al tifoso che porta sulle spalle decenni di domeniche amaranto.

Naturalmente, una personalità così forte non poteva essere priva di contraddizioni. Le prese di posizione contro le società, le contestazioni e alcuni episodi controversi hanno accompagnato il suo percorso. Nel 2025 un Daspo di un anno, legato all’accensione di una torcia durante una trasferta a Vibo Valentia, lo ha allontanato dagli stadi. La Curva Sud gli ha manifestato pubblicamente solidarietà. Raccontare il mondo ultras significa anche questo: riconoscerne il valore aggregativo senza ignorarne gli eccessi e le responsabilità. Perché la passione non rende immuni dagli errori, così come gli errori non cancellano automaticamente una storia.

Nel dicembre 2021 Carminello aveva annunciato il suo addio alla Curva Sud, dopo quasi quarant’anni, parlando dell’età, della famiglia e della necessità di lasciare spazio alle nuove generazioni. Un momento che aveva il sapore malinconico delle stagioni che finiscono, quando ci si accorge che persino le passioni più grandi devono fare i conti con il tempo. Ma certi amori conoscono le pause, non le conclusioni. Nel marzo 2026 è arrivato l’annuncio del ritorno, ancora una volta in mezzo alla sua gente, ancora una volta per quella maglia amaranto che non ha mai smesso di rappresentare una parte della sua vita.

Eppure, raccontare Carminello significa soprattutto raccontare gli ultras della Reggina. Quelli conosciuti e quelli rimasti anonimi, quelli delle grandi notti di Serie A e quelli delle trasferte sui campi di provincia. Quelli che preparavano le coreografie per settimane, che organizzavano pullman quando sembrava impossibile riempirli, che tornavano a casa senza voce e magari con una sconfitta difficile da digerire. Uomini e donne che hanno continuato a esserci quando i presidenti cambiavano, i calciatori partivano e le categorie precipitavano.

C’è una differenza profonda tra seguire una squadra e sentirsi parte della sua storia. Nel primo caso si condividono risultati ed emozioni; nel secondo si finisce per riconoscere in quella maglia una parte della propria identità. Per tanti ultras amaranto, la Reggina è stata anche questo: un legame con la città, con le proprie radici, con gli amici di una vita e con i ricordi di chi non c’è più. Una passione trasmessa di padre in figlio, attraverso racconti che cominciano sempre con una partita e finiscono inevitabilmente per parlare di persone.

Perché la Reggina, per la sua gente, non è mai stata soltanto una squadra di calcio. È appartenenza, memoria, orgoglio cittadino. È quella parte di Reggio Calabria che, almeno per novanta minuti, riesce a dimenticare le proprie ferite e a riconoscersi in due colori. Una città che ha conosciuto difficoltà e contraddizioni, ma che sugli spalti ha saputo trovare una voce comune, forte abbastanza da attraversare le generazioni.

Carminello non è l’intera storia della Curva Sud, che appartiene a migliaia di persone e a generazioni diverse. Ma ne è certamente uno dei volti più rappresentativi. E quando un giorno altri ragazzi saliranno su quella balaustra, quando cambieranno i cori, le bandiere e persino i protagonisti, resterà il ricordo di chi ha dedicato una parte enorme della propria esistenza a tenere viva quella voce.

Non serve trasformarlo in un monumento, né immaginarlo privo di difetti. Basta riconoscere ciò che ha rappresentato per una parte importante del popolo amaranto. Perché le storie del calcio non sono scritte soltanto dai gol, dalle promozioni e dai grandi campioni. Sono scritte anche da chi, dagli spalti, ha continuato a crederci quando tutto sembrava perduto.

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