LEGGENDE AMARANTO | Bruno Jacoboni, le mani che difesero l’orgoglio amaranto
Jacoboni Poppi Sali Bellotto Raschi Martella Comini Tamborini Pulitelli Mazza Filippi: recitava Mazzitelli, il mai dimenticato speaker del vecchio Stadio Comunale. con la sua proverbiale enfasi, una delle formazioni di quegli anni nostalgici.
Milleottantotto minuti. Un numero che attraversa il tempo e racconta una delle imprese più straordinarie nella storia della Reggina. Per così tanto tempo Bruno Jacoboni riuscì a mantenere inviolata la propria porta, trasformando un primato sportivo in una pagina indimenticabile del calcio amaranto. Ma fermarsi a quel record significherebbe raccontare soltanto una parte della storia di un portiere che a Reggio Calabria ha lasciato molto più delle sue parate: il ricordo di un uomo autentico, umile e profondamente legato alla città.
Nato ad Avezzano il 4 marzo 1943, Jacoboni costruisce la propria carriera partendo dai campi abruzzesi, passando per Bisceglie, Melfi e Anconitana. Nel 1967 arriva alla Reggina del presidente Oreste Granillo, trovando una squadra che si sta consolidando nel campionato di Serie B e una città capace di trasformare i propri calciatori in autentici beniamini popolari.
Tra il 1967 e il 1974 colleziona 175 presenze nel campionato cadetto, diventando uno dei portieri più rappresentativi di quella stagione del calcio reggino. Non è un estremo difensore appariscente, ma un interprete del ruolo che fa della posizione, dell’attenzione e della capacità di guidare la difesa i propri punti di forza.
La sua grandezza è nella sicurezza che trasmette ai compagni. Jacoboni sa leggere le situazioni, comandare l’area, intervenire quando serve. E soprattutto sa farsi trovare pronto nei momenti in cui una partita può cambiare destino.
Poi arriva l’impresa che consegnerà definitivamente il suo nome alla memoria amaranto.
Nella stagione 1970-1971, mentre Reggio Calabria attraversa mesi drammatici segnati dalla rivolta cittadina, Jacoboni diventa protagonista di un’incredibile serie di partite senza subire reti. La sua porta rimane inviolata per 1.088 minuti, fino a quando un calcio di rigore trasformato da Spelta interrompe quella straordinaria imbattibilità.
Un risultato eccezionale, ottenuto in condizioni che oggi appaiono quasi difficili da immaginare. Lo stesso Jacoboni, ricordando quel periodo in un’intervista, raccontò le difficoltà quotidiane degli allenamenti, le barricate da superare per raggiungere lo stadio, le tensioni di una città attraversata da profonde inquietudini.
Eppure quella Reggina continuava a giocare, a lottare, a rappresentare un punto di riferimento per migliaia di persone. Jacoboni ne era uno dei simboli più solidi.
Il suo primato tornò all’attenzione nazionale nel 2016, quando il record di imbattibilità stabilito da Gianluigi Buffon in Serie A riaccese il dibattito sulle grandi imprese dei portieri italiani. A Reggio Calabria molti ricordarono quei 1.088 minuti di Jacoboni, rivendicando il valore di una prestazione realizzata in Serie B e rimasta per decenni nel patrimonio sportivo della città.
Ma la storia di Bruno Jacoboni non termina con l’ultima partita giocata in amaranto.
Dopo le esperienze con Pro Vasto, Lecce e Turris, intraprende la carriera di allenatore. Torna anche alla Reggina, dedicandosi alla formazione dei giovani. Nella stagione 1991-1992 conduce la Primavera amaranto fino alla finale per lo scudetto di categoria, persa contro il Torino. Un traguardo che conferma la sua capacità di trasmettere alle nuove generazioni l’esperienza maturata sul campo.
Da portiere a maestro di calcio, sempre con quella sobrietà che ne ha accompagnato il percorso.
C’è però un aspetto della sua vicenda che forse racconta ancora meglio il legame con i colori amaranto. Jacoboni, pur essendo nato lontano dalla Calabria, ha scelto Reggio come città nella quale vivere e costruire la propria famiglia. Qui ha trovato affetto, amicizie e un senso di appartenenza che non si è esaurito con la carriera sportiva.
Nel 2018 gli è stato conferito il San Giorgio d’Oro, prestigioso riconoscimento cittadino, per i suoi meriti sportivi e il contributo offerto alla Reggina. Un omaggio a un protagonista che ha saputo farsi apprezzare non soltanto per il talento, ma anche per le qualità umane.
Chi lo ha conosciuto racconta di una persona disponibile, riservata, lontana dagli atteggiamenti da protagonista. Un uomo capace di conservare la semplicità anche dopo essere entrato nella storia di una squadra.
E forse è questa la parte più bella della sua leggenda.
Bruno Jacoboni ha difeso la porta della Reggina, ma soprattutto ha saputo conquistare un posto nel cuore dei reggini. Lo ha fatto con le parate, con il lavoro, con il rispetto per la maglia e con una fedeltà alla città che è continuata ben oltre il calcio giocato.
Le generazioni cambiano, gli stadi si trasformano, i record possono essere superati. Ma il valore di certi uomini non si misura soltanto con i numeri.
Milleottantotto minuti raccontano la grandezza di un portiere.
Una vita in amaranto racconta la grandezza di Bruno Jacoboni.


